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The Poison Papers

The Environmental Protection Agency’s mission statement reads: “to protect human health and the environment.” Ironically, while the EPA ...

Wednesday, March 2, 2011

INFORMATION EXPLOSION

Come far emergere ordine dall’infocaos? Come difenderci dall’ “information explosion”, come combattere il “sovraccarico cognitivo”, noto come “Information overload(ing), e l’ “info-stress”? Internet, Google, i social network, la blogosfera, ci stanno rendendo più stupidi o più intelligenti?   Come realizzare una vera, effettiva, intelligenza collettiva?

Il dibattito tra apocalittici e integrati infiamma l’infowar…

1) Wikileaks mette a disposizione 251.000 documenti top secret (prima notizia)
2) Da essi apprendiamo che in Italia la diplomazia americana si interroga sui “wild parties” del Presidente, e su i suoi rapporti non trasparenti con l’oligarca Putin (seconda notizia)
L’information overload, come è noto (*), funziona secondo questo schema: l’aumento della quantità di informazioni fa accrescere la capacità di prendere decisioni o di orientarsi su un tema, ma fino ad un certo punto. Superata questa soglia, se l’informazione cresce ancora, le capacità non aumentano più, e poi rapidamente declinano: troppa informazione - un diluvio di informazione - impedisce infatti di assimilare i dati, e annetterli al proprio processo cognitivo. Il risultato è che non si è piu’ in grado di analizzare, e si sceglie l’informazione più facile, più chiassosa e più rumorosa – non necessariamente più significativa o rilevante, : i wild parties, appunto.

Against transparency

In “Against transparency”, pubblicato nel 2009 nella rivista liberal The new republic, Lawrence Lessig  fa notare che la  pubblicazione di una marea di dati non produce un immediato effetto di trasparenza, perchè non tutti i dati soddisfano i requisiti di base che li rendono informazione utilizzabile.
Infatti il modo in cui l’informazione viene utilizzata dipende dal suo essere incorporata in una catena complessa di comprensione, azione e reazione. Il modo in cui l’informazione entra in questa complessa catena (in cui la comparabilità dei dati deve essere possibile, ad esempio), ci dice se e come la trasparenza funziona o meno. Se i dati non sono interpretabili, cioè non sono contestualizzati, ogni loro lettura diventa possibile. Ad esempio, è bene che vengano resi pubblici tutti i dati relativi ai finanziamenti ottenuti dai membri del Congresso, ma non sempre questi dati sono di per se’ leggibili, o provano aspetti deteriori. Meglio è piuttosto definire che ogni candidato possa raccogliere tutto il denaro che vuole da chiunque, ma con un limite di 100 dollari per ogni donatore. La trasparenza è ovviamente sempre un bene, dice Lessig, ma può avere conseguenze negative quando serve a certificare alle persone quello che già sanno.
The Hazards of Nerd Supremacy
In “The Hazards of Nerd Supremacy: The Case of WikiLeaks”, pubblicato il 20 dicembre 2010 nella rivista The Atlantic“. Jaron Lanier informatico, artista visuale, pioniere visionario -negli anni 80- della cosiddetta virtual reality, autore nel 2010 di “You are not a gadget. A manifesto“, un pamphlet controverso molto critico verso i social network e l’evoluzione “di massa” del web contemporaneo (v. traduzione italiana), critica l’ideologia secondo la quale l’informazione in quantità sufficientemente ampia diventa automaticamente verità. L’autore si riferisce alla tesi sostenuta da Chris Anderson nella rivista Wired nel 2008 (**) secondo la quale la massiva quantità di dati liberamente presenti in internet rende obsoleto il metodo scientifico deduttivo.
Per Lanier aggiungere più informazione in internet non rende automaticamente il mondo migliore e le persone più libere. L’informazione infatti, anche quando è corretta, non è un oggetto astratto autonomo e decontestualizzato ma, rilasciato in grandezze oceaniche può confondere altrettanto che chiarificare e dare potere. In altre parole, il problema non è se la segretezza sia buona o cattiva (per Lanier peraltro non è del tutto negativa, perchè ritiene che un mondo senza segreti sia un mondo senza fiducia, un mondo cioè fatto per macchine) ma che un flusso smisurato di dati che non si sa come contestualizzare è inutile.
Per Lanier il pensiero che esprime la nerd supremacy consiste nel prendere in considerazione il mero aspetto quantitativo dell’informazione, senza attribuire alcun significato alle circostanze ed alle differenti prospettive.
Più l’informazione è massiva e disaggregata più avviene che altri la reinterpreteranno per noi in modo banale (i wild parties) se non abbiamo – o non ci sono – gli strumenti per venirne a capo.

Wikitroppo, information overload (e wild parties …) 31 gennaio 2011

“In un mondo di informazioni infinite il bisogno di soggetti autorevoli che selezionino, rielaborino ed aggreghino contenuti è sempre più pressante. La capacità di farlo concretamente (…) è la sfida che si pone per la creazione di valore aggiunto e del relativo riconoscimento /ritorno economico in ambito editoriale”.
Lo osserva Pier Luca Santoro sul Giornalaio, in riferimento a uno studio statunitense pubblicato  su Science Magazine (e segnalato dal Telegraph), secondo cui ”allo stato attuale riceviamo una quantità giornaliera di informazioni pari a 174 quotidiani e ciascuno di noi mediamente produce, in termini di comunicazione ed informazione, l’equivalente di 6 giornali al giorno”.
Sono dinamiche ottimamente sintetizzate dal grafico pubblicato dal Washington Post che ne documenta mezzi e dimensioni.
In queste condizioni la vera sfida è su come attrarre a sè, al proprio messaggio, alla propria comunicazione ed al proprio mezzo  l’attenzione dell’ utenza, come suggerisce Steve Rubel quando parla di “attentionomics”, riferendosi esattamente alle attenzioni ed alle modalità da utilizzare nell’era del decadimento dell’attenzione.

 

Bombardati dall’equivalente di 174 quotidiani al giorno

 

Prendendo in esame sia le tecnologia digitali sia quelle analogiche a disposizione, nel 2007, l'umanità è stata in grado di memorizzare 295 exabyte di informazioni, ovvero 295 trilioni di byte (295 000.000.000.000.000.000 byte), ha comunicato 2 triliardi (2 000.000.000.000.000.000.000) di byte e ha processato 64 trilioni di informazioni al secondo (a farlo a mano ci sarebbero volute 2.200 volte il tempo trascorso dal Big Bang a oggi).

Per guardarla da un'altra prospettiva, i ricercatori suggeriscono una metafora astronomica: se ogni bit fosse una stella, esisterebbe una galassia di informazioni per ogni singolo essere umano. Il che vuol dire anche 315 volte il numero di granelli di sabbia presenti sul pianeta.

E tuttavia, questa montagna di informazioni è equivalente ad appena l' 1 per cento di quelle contenute nel dna di un singolo essere umano.  Questi numeri, per quanto impressionanti, sono ancora niente rispetto alla capacità della natura di gestire e usare le informazioni”, conferma Hilbert. Tuttavia, mentre la capacità della natura rimane costante, quella dell'essere umano cresce a ritmo esponenziale”.

INFORMATION GALAXY

 

L’afflusso di informazioni è così ingente che c’è necessità di qualcuno che riesca a trovare il bandolo giornalistico della matassa: a rimettere in “forma” e dare un “frame” a contenuti spesso caotici e polverizzati. C’è chi ha proposto un ordine di misura per la ricchezza delle hashtag su Twitter o simili: il Tweet per hour appunto: la polverizzazione dei contenuti richiede insomma un vero e proprio nuovo skill anche giornalistico, la capacità di selezionare, filtrare e fare controllo incrociato delle informazioni che arrivano velocissimamente su questi molteplici canali: «In tutto il caos di migliaia di tweet all’ora che arrivano sui canali di pre-aggregazione, sono nascoste delle informazioni utili che provengono da dentro l’Iran, ed è certo difficile se non impossibile a primo sguardo selezionare le informazioni utili. Ma paradossalmente è un caos produttivo. E’ proprio questo caos che permette alle informazioni di essere via via confermate, di capire quali sono i filoni informativi da seguire: se un contenuto è confermato da più fonti, trova corrispondenza in altre notizie, viene “retwettato”, replicato. Il numero di re-tweet è una prima misura che screma le informazioni interessanti dal rumore di fondo, dalla controinformazione, dalla ridondanza. E’ un controllo incrociato formidabile, fatto da migliaia se non milioni di persone quasi in tempo reale, e spesso le notizie che escono fuori sono più affidabili di quelle che possono provenire da un media broadcast tradizionale, facilmente controllabile dall’alto. La scoperta della “affidabilità” distribuita e della non controllabilità dei media sociali non farà piacere a molti. Ma tutto questo non è la morte del giornalismo. E’ semmai il cambiamento del giornalismo come lo conosciamo oggi. Un cambiamento del modo di trovare e valutare le fonti, di trattare e controllare l’informazione, ecc: anzi dal confronto con la ricchezza di questo contesto, il giornalismo migliore potrebbe venirne esaltato ».
 
LA BATTAGLIA DELLE FONTI

Niente è sicuro, tutto è in movimento. Tutto deve essere verificato e riverificato, secondo per secondo: «Prendiamo una fonte “fissa”, seppur online, come il blog ufficiale dell’opposizione Ghalam News: le notizie che provengono da questi siti o blog devono essere comunque e sempre verificate. E’ una grande differenza con il modo di raccogliere notizie cui eravamo abituati fino ad oggi e fuori dal web. Il sito Ghalam News appunto potrebbe darci informazioni completamente contrastanti la mattina rispetto alla sera, perché continua ad essere hackerato e “passare di mano” tra governo e opposizione. E’ inutile e sbagliato affidarsi ad una sola fonte. Bisogna saper gestire più fonti contemporaneamente, per costruirsi uno scenario sensato, e filtrato collettivamente ».

Ultimamente poi Internet viene chiuso e aperto ad intermittenza, e c’è probabilmente e insieme una strategia e una necessità: «In alcuni momenti della giornata Internet è “aperto”, in altri è “spento”: è molto plausibile che il governo iraniano stia anche usando la Rete per controllare e monitorare le informazioni e risalire ai singoli dissidenti. E’ quindi per questo che Internet non viene “chiuso” completamente, al di là delle difficoltà tecniche. Ma ci sono anche motivi “politici”: il primo è che l’Iran ha bisogno anche dell’appoggio del mondo arabo e la chiusura completa delle comunicazioni digitali porterebbe imbarazzo diplomatico nei paesi più moderati della lega araba. Il secondo è che lo spegnimento di Internet potrebbe essere un boomerang anche nel fronte interno, perché colpirebbe anche chi è più tradizionalista e filo-governativo e non sostiene la protesta».

L’Iran, Twitter e i mille occhi dei nuovi media

L’Iran, Twitter e i mille occhi dei nuovi media

 

 

 

L’Iran, Twitter e i mille occhi dei nuovi media


Un articolo molto citato intitolato “Is Google Making us Stupid?” di Nicholas Carr è diventato un libro: “The Shallows: What Internet is doing to Our Brains”. Carr parte dalla struttura stessa del cervello umano, sostenendo che la stimolazione continua che subiamo da Internet ha effetti negativi sulla nostra capacità di concentrarci, ricordare, ragionare, e persino socializzare.

Il libro comincia con un’immagine molto efficace: lo scrittore paragona se stesso a HAL 9000, il computer impazzito di 2001 Odissea nello Spazio, nel momento in cui viene disattivato dall’unico astronauta umano superstite. “Negli ultimi anni – così si legge nella prima pagina del libro – è aumentata in me la fastidiosa sensazione che qualcosa, o qualcuno, stia armeggiando con il mio cervello, rimappando i circuiti neurali e riprogrammando la memoria”.

Google, sostiene Carr, è una parte importante di questo problema. “Ogni nostro click su Internet costituisce un’interruzione della nostra concentrazione, della nostra attenzione, ed è nell’interesse economico di Google che noi facciamo più click possibile: si può dire che Google è letteralmente nel business della distrazione”.

Carr riporta molte prove scientifiche ricavate da lavori sperimentali recenti e meno recenti per dimostrare che l’uso delle tecnologie digitali non sta cambiando in noi solo il modo di comportarci, ma anche il modo di pensare e di ragionare. Un esempio è il lavoro di Patricia Greenfield, studiosa di psicologia dello sviluppo alla UCLA. Ogni medium, spiega la Greenfield, sviluppa alcuni skill cognitivi a spese di altri, e il nostro uso crescente di media su schermo sta rafforzando l’intelligenza e la memoria visiva, che aumentano la capacità di fare compiti che richiedono di tenere traccia di molti stimoli visivi contemporanei, come per esempio il controllo del traffico aereo. “Ma questo si accompagna a un calo di altri fondamentali processi cognitivi di alto livello: vocabolario astratto, consapevolezza, riflessione, risoluzione induttiva dei problemi, pensiero critico e immaginazione”.

In risposta alla tesi di Carr, Jonah Lerner, della Book Review del New York Times, in un articolo ha dato voce ad un team di esperti della UCLA secondo i quali le ricerche su Google portano ad un aumento dell’attività del cervello rispetto alla lettura di un testo scritto su un libro. Lehrer, che collabora anche con Wired, prosegue l’articolo scrivendo tra l’altro: “L’area del cervello attiva in questo caso è proprio quella che sovrintende alcune attività, come l’attenzione selettiva o l’analisi volontaria, che Carr sostiene siano svanite per colpa di internet. Google in altre parole ci aiuta a esercitare i ‘muscoli’ del cervello che lo rendono più brillante”.

Carr invece sostiene che la mente umana è per sua natura plastica, cioè viene modificata dalle cose che fa. “Se noi siamo costantemente distratti e interrotti, però, come succede quando siamo online, il nostro cervello non è in grado di ‘forgiare’ con gli stessi tempi le forti connessioni neurali che danno profondità e unicità alla nostra attività mentale”. “Diventiamo così soltanto delle unità di elaborazione dei segnali, con pezzi di informazioni scollegati che entrano nella memoria di breve termine, e poi si perdono praticamente subito”.

I link ipertestuali sono considerati comunemente un grande passo avanti per la comunicazione e la conoscenza, visto che aiutano a tornare con un solo click su informazioni che in un testo su carta il lettore deve essere capace di ricordare ‘da sé’. Carr  nel libro si cita un esperimento di Erping Zhu, docente all’Università del Michigan, su vari gruppi di persone che hanno letto tutti lo stesso articolo online, ma con un numero diverso di link, secondo il quale la comprensione del testo diminuisce in funzione proprio del numero di link. “I lettori – dice Zhu – sono costretti a dedicare sempre più attenzione a valutare i link e a decidere per ciascuno se aprirlo o no”.

E poi c’è l’inquietante tesi per cui le comunicazioni virtuali ridurrebbero la capacità di socializzare. Secondo ricercatori sempre dell’Università del Michigan, gli studenti universitari oggi hanno una capacità di empatia di ben il 40% inferiore rispetto a quanto risultava in test analoghi sui loro coetanei di 20-30 anni fa. “Il calo più grande – dice il ricercatore Sara Konrad – l’abbiamo registrato a partire dal 2000, proprio quando le comunicazioni online e il social networking hanno cominciato a decollare: pensiamo che ci sia una possibile correlazione, perché è noto che l’empatia viene attivata quando si può vedere un’altra persona, e quindi percepire direttamente le sue tacite richieste di aiuto”.

Today’s college kids are 40-per-cent less empathetic, study finds Jun. 01, 2010

 

Is Google Making Us Smarter? ottobre 15, 2008

 

Is Google Making Us Stupid?- Wikipedia

 

Secondo un rapporto del Nielsen Rating, dell'azienda specializzata nella misurazione dell'audience di tv, radio e giornali, su quattro minuti e mezzo trascorsi sul web gli utenti almeno uno lo trascorrono sui siti del social networking facendo praticamente niente. Un'abitudine che secondo molti analisti sta compromettendo la produttività dell'economia americana e la creatività dei suoi ricercatori, dei suoi studenti e dei suoi scrittori.

«Il semplice fatto di stare online limita la capacità di concentrazione di un individuo», afferma Fred Stutzman, PhD in Information Science alla University of North Carolina at Chapell Hill e creatore oltre che di “Freedom (il vostro accesso a Internet viene bloccato completamente, per collegarvi al web dovrete anche in questo caso spegnere e riaccendere il computer) anche di “Anti-Social”. Forse il più efficace dei software anti “Facebook” e affini, “Anti-Social” arriva ad escludere fino a 150 siti del social networking con un semplice colpo di tasto. Il software è stato infatti precaricato con gli indirizzi dei siti da bloccare. «Uno si sente come se potesse immergersi nella folla in ogni momento», continua Stutzaman, «usando Anti-social può riuscire a scrivere anche composizioni di 3000 parole in meno d'una giornata di lavoro».


LeechBlock”, il blocca sanguisughe, è un software che permette di bloccare selettivamente i siti del social networking dai quali non si vuole essere disturbati. E questo non solo in entrata ma anche in uscita dal computer. Una volta installato il software e scelto, diciamo, di bloccare “Facebook”, non lo si può accedere nemmeno se lo si vuole, a meno che ovviamente non si riavvia il computer.

Isolator” invece copre semplicemente tutte le icone che hanno a che fare con il social networking. Così anche a volerlo prima di collegarsi a “Twitter” bisogna ricaricare l'applicazione. “Darkroom” e “WriteRoom” invece trasformano un PC e un Mac in una tavoletta per scrivere e basta. Nel caso di “Darkroom” la pagina viene oscurata così da escludere tutte le distrazioni in arrivo dal desktop. In questa maniera l'autore si concentra esclusivamente sulla sua scrittura. Verde fosforescente su sfondo nero, questa salta dalla pagina agli occhi dello scrivente.

«È una nuova tossicodipendenza». Gli scienziati la chiamano “Continuous Partial Attention", il termine è stato inventato da Linda Stone, una ex dirigente della Microsoft e della Apple che studia le deficienze cognitive causate dall'uso intenso dei computer. «Freedom e Anti-social sono il primo passo sulla via dell'affrontare questa nuova tossicodipendenza», afferma la Stone, «ma la soluzione alla dipendenza dai social networking va cercata in scelte che mutano le nostre abitudini sul web». La Stone di recente ha scoperto la e-mail apnea, molti webnauti trattengo letteralmente il fiato mentre leggono le loro poste elettroniche, e si accompagna alla dipendenza da social networking.

Secondo una ricerca di “AOL” e “Salary.com” (uno dei maggiori portali web degli USA e la maggiore agenzia temp online statunitense), il lavoratore medio americano trascorre due ore e 10 minuti della sua giornata lavorativa chiacchierando sui siti del social networking con familiari, amici e colleghi. E queste ore non includono le pause per il pranzo, per il caffè e per andare in bagno. «Una volta pressati, tutti gli intervistati hanno dichiarato che non avevano abbastanza da fare», hanno scritto alla fine i ricercatori nel loro rapporto. Nella media sono anche comprese professioni come il carpentiere e il sommozzatore, lavoratori che un computer a portata di mano non ce l'hanno così spesso.

Il costo di queste abitudini secondo “24/7”, un blog al quale collaborano anche giornali come il “Wall Street Journal”, supererebbe l'astronomica cifra di 800 miliardi di dollari l'anno. Non sorprende quindi che, come riporta il blog, il 54% delle aziende americane abbiano deciso di bloccare l'accesso ai siti del social networking. E adesso non sono solo le aziende a bloccarli, anche svariati dipartimenti di istituzioni accademiche di grande prestigio come Yale, Harvard e Stanford hanno cominciato a stabilire social networking free-zone, aree nelle quali se non esplicitamente proibito, l'uso dei social network è attivamente scoraggiato.
«C'è da dubitare che uno scrittore con una connessione internet al suo posto di lavoro stia scrivendo un buon libro». Quando poche settimane fa il quotidiano “The Guardian” chiese ad alcuni scrittori di fama internazionale di compilare un decalogo con i loro consigli di scrittura, il romanziere americano Jonathan Franzen inserì nel suo decalogo questa norma a difesa della concentrazione.
Qualunque scrittore sa quanto sia strategica la battaglia per la concentrazione e in questa battaglia, semplicemente, la rete sta dalla parte del nemico. La rete è informazione, certo, possibilità di eseguire in breve tempo ricerche, di recuperare dati o anche solo di consultare un dizionario online. Ma la rete è soprattutto distrazione. Finestre di chat che sbocciano sullo schermo come fiori di una pianta carnivora, raffiche di email che interrompono il lavoro. Un problema che non solo gli scrittori conoscono bene.
Gli allarmi sugli effetti negativi della rete sulle capacità cognitive, oltre che su quelle di relazione sociale, si moltiplicano da tempo. Secondo tali allarmi, la gente non sa più concentrarsi su testi lunghi, schiva i paragrafi troppo compatti, assimila in modo superficiale e frammentato. Lavora saltando da un programma all'altro senza essere davvero presente in nulla. I giornali pubblicano ricerche e articoli sull'argomento che i lettori, il più delle volte, sbirciano distrattamente dopo averli trovati sulla bacheca Facebook di un amico.
È stata la manager-scrittrice Linda Stone, dopo aver lavorato per anni ai piani alti di Apple e quindi di Microsoft, a coniare l'espressione “Continuous Partial Attention”. La CPA corrisponde a quel febbrile stato mentale con cui l'utente passa da un'opportunità all'altra della rete, da una notizia all'altra, da un messaggio all'altro, dedicando a ciascuno un'attenzione momentanea e mai completa, ipnotizzato da un senso di costante ricerca e di crisi senza soddisfazione. Il flusso infinito di informazioni non serve più ad aumentare la nostra consapevolezza ma solo alla nostra necessità di sentirci connessi, non isolati dal network.
La nozione di CPA viene spesso associata a quella di “multitasking”, la tendenza a svolgere più mansioni in contemporanea. Per molte persone è esperienza quotidiana: parlare al telefono mentre si chatta con un amico mentre si scorrono le email di lavoro mentre in sottofondo va una playlist di Youtube. Nel gioco a incastri della vita davanti al terminale, le combinazioni sembrano senza fine. È proprio sul multitasking che neurologi e psicologi cognitivi puntano per determinare se l'era digitale stia cambiando o meno i nostri cervelli. In un intervento apparso sulla rivista online “Edge”, lo psicologo Steven Pinker si è detto scettico: «I cosiddetti multitasker sono come Woody Allen quando dice che dopo un corso di lettura veloce ha divorato Guerra e pace in una sera e ha capito che "parla di certi russi"». Sempre su “Edge”, il filosofo-guru della finanza e della statistica Nassim Taleb ha fatto una confessione. Ha annunciato di essersi messo a dieta di internet: «Ho ridotto l'uso della rete per capire meglio il mondo. Quando passo un po' di tempo in silenzio nella mia biblioteca, lontano dall'inquinamento dell'informazione, mi sento in armonia con i miei geni e sento che sto crescendo di nuovo».
Se per «capire meglio il mondo» qualcuno ha bisogno di abbandonare il medium che più di tutti, oggi, pretende di farcelo conoscere, è chiaro che la situazione si è fatta paradossale. La progressiva morte dell'attenzione risulta cruciale per capire alcuni fenomeni culturali. Ad esempio l'estinzione della poesia. Con la sua brevità e la sua immediatezza, ci si sarebbe potuti aspettare un revival della poesia nell'era della rete. Invece, come ha sottolineato il poeta statunitense Donald Revell, la poesia non ha tanto a che vedere con la lunghezza quanto con l'attenzione, e «l'attenzione è un fatto di totalità, di essere pienamente presenti».
Il riferimento a Revell è contenuto in un libro di fresca uscita in Italia: “La tirannia dell'email“ di John Freeman (Codice Edizioni, traduzione di Giovanna Olivero). Freeman è cresciuto in California dove per dieci anni ha consegnato giornali a domicilio. Quindi ha iniziato a scrivere per quegli stessi giornali. Oggi, nemmeno quarantenne, è direttore editoriale di una delle più prestigiose riviste letterarie al mondo, l'inglese “Granta”. Ciò che distingue la sua analisi di grandezze e miserie della vita digitale, dunque, è un approccio letterario-umanistico che gli permette di creare immagini e accostamenti efficaci.
L'analisi di Freeman si concentra in particolare sull'uso, e inevitabile abuso, del nostro strumento comunicativo per eccellenza: l'email. «I corridoi delle aziende sono silenziosi, neanche fosse la mattina del giorno di Natale. In certi posti di lavoro tutto ciò che si sente è il ronzio di fondo dell'aria condizionata, il cigolio delle sedie girevoli, i clic dei mouse e il flebile ticchettio dei tasti. Ma se ci si affaccia nei cubicoli o dalle porte socchiuse si vedranno figure tese, ingobbite sui computer, affannate a star dietro alle continue email. Se proviamo a interromperle ci troveremo davanti espressioni vacue, occhi vitrei e affaticati. La loro tastiera è diventata un nastro trasportatore di messaggi, e le pause non sono previste».
Se il quadro dipinto da Freeman appare esagerato, si dovrà riflettere sui dati. Secondo le statistiche citate nel libro, l'impiegato medio americano spende oltre il 40% della giornata lavorativa leggendo e inviando posta elettronica. Nel mondo vengono spedite all'incirca seicento milioni di email ogni dieci minuti. Il sovraccarico di informazioni costa all'economia globale centinaia di miliardi ogni anno. Una bulimia informativo-comunicativa di fronte alla quale, tutto sommato, la dieta di Taleb non appare così insensata. La dipendenza dall'email, un disturbo ampiamente studiato che porta il soggettto a controllare la posta con modalità ossessivo-compulsive, ogni pochi minuti e a qualunque ora del giorno e della notte, viene paragonata da Freeman alla dipendenza da gioco: si clicca su invia/ricevi con la stessa aspettativa con cui si tira la leva di una slot machine. Si spera nella ricompensa dell'arrivo di un nuovo messaggio, di una prova della nostra importanza per il mondo. È solo una delle perversioni descritte nella “Tirannia dell'email”.
La banda larga e la diffusione dei dispositivi mobili come il blackberry ci hanno portato in dono gli ambigui frutti della connessione totale, della reperibilità senza sosta, della simultaneità delle risposte. La gente si stupisce e diventa aggressiva, o peggio paranoica, se non rispondi ai loro messaggi entro un paio d'ore. Siamo qui, siamo ora, ci siamo sempre. Ma siamo davvero presenti a noi stessi?
Gli ambigui vantaggi della connessione totale assumono l'aspetto di un vero ricatto se inseriti nella cornice del tardocapitalismo, con lavoratori sempre più precari e disponibili, quindi, a lasciare che il lavoro li segua a casa, a letto, in vacanza. Il lavoro ha smesso da un pezzo di accontentarsi del nostro corpo e della nostra mente: oggi chiede la totalità della nostra energia. Ovvero la nostra anima. Ciò che ci dà in cambio è l'illusione di essere ancora al centro di qualcosa, di essere lo snodo di una rete, punto di passaggio di messaggi, notizie, decisioni, impulsi operativi, o anche solo futili chiacchiere. La vera droga del XXI secolo è tutta in questo necessario, adrenalinico senso di connessione, in questa ultima abissale illusione di esserci.
A questo proposito, Freeman riporta che gli americani dormono in media un'ora in meno di vent'anni fa. Facile immaginare che gli europei seguano l'esempio. L'autore continua riportando i drammatici casi di alcuni blogger morti di superlavoro; quindi, con improvviso scarto ironico, racconta della superstar Madonna che, un paio di anni fa, confessò che lei e il marito dormivano con il blackberry sotto il cuscino. «Nell'estate del 2008, cominciarono a trapelare notizie sull'imminente divorzio della coppia». Tutt'altro che luddista, Freeman non intende contestare il progresso rappresentato dalla rete. Piuttosto, si interroga sulla velocità dilaniante a cui ci siamo adeguati e che annulla di fatto ogni vantaggio. Il riferimento, qui, non può che essere al filosofo Paul Virilio e alla sua classica, citatissima affermazione: «Troppa velocità è come troppa luce: non vediamo nulla». Con felice istinto pop, Freeman accosta la citazione di Virilio a una del pilota Michael Schumacher: «Per le cose perfette, la velocità è una forza unificante; per le cose imperfette, è una forza distruttiva».
Se la velocità è il problema, la soluzione potrebbe essere facile da individuare.
La “Tirannia dell'email” si conclude con un invito a rallentare: una sorta di manifesto slow communication composto di poche pacate regolette tra cui quella di inviare meno posta, limitarsi a due sessioni di email al giorno, riservare porzioni della giornata senza computer. Un esempio di squisito buonsenso anglosassone. Ma forse, anche, una conclusione troppo conciliante che tradisce la radicalità di alcuni spunti inseriti nel corso del libro. Il decalogo di Freeman si basa sull'assunto che la rete sia un'appendice della realtà fisica dei corpi e dei sentimenti, e quindi vada semplicemente dosata in modo da rispettare le nostre esigenze naturali. C'è da chiedersi se un simile assunto non sia fuori tempo massimo. Non sarà la nostra realtà reale, invece, a venire già vissuta come una misera appendice della rete?



Nel caso della “Net-Addiction” (Internet dipendenza), vi sono soggetti che passando in continuazione da un sito web all'altro, non riescono a fermarsi né a ricordare le informazioni ricevute.

Information Overload Addiction: il paziente non compra più un giornale dal tardo settecento. Non parla, non mangia, non dorme e non va in bagno. Sono rimasti solo lui, Remo Williams e Topolino. Un tipo un po' attempato, Mr. Google, gli ha confidato in via riservata che ci sono miliardi di pagine Web ed infiniti portali di là da quelle. Ed eccolo impalato che legge per mesi la stessa notizia, ogni giorno ad un indirizzo nuovo: cambia di una parola e due virgole e così nel tempo di qualche eone si tramuta in una verità sensazionale che per nulla si sarebbe potuta perdere. Identica a quella di partenza. Michael Schudson, studioso più autorevoli dei fenomeni legati alla comunicazione di massa, ha sostenuto negli ultimi anni un'idea dissacrante di come il cittadino deve considerare se stesso, nel mondo dell'information overload. Occorre superare, Schudson dice, l'ideale astratto del “cittadino informato”, cioè del cittadino che deve essere informato su tutto per poter partecipare con razionalità alla vita pubblica. Il cittadino può limitarsi, in questo nostro mondo pieno zeppo di informazioni, ad essere “monitorante” (“monitorial citizen”). Deve, cioè, fare scanning dell'ambiente che lo circonda, in modalità a basso consumo cognitivo, ed essere pronto a diventare attivo solo quando il suo intervento sia rilevante.

Quello che propone Schudson  (“scanning a basso consumo cognitivo”) è un modo pragmatico di trattare le informazioni spazzatura che ci sommergono, cercando di sviluppare l'abilità e la competenza per navigare, letteralmente, nell'infosfera, piuttosto che affogarci o andare alla deriva. Compito dei professionisti dell' “info-nautica”, sarebbe proprio quello di aiutare il cittadino della rete a realizzare al meglio la propria funzione di monitorante e a sviluppare capacità di selezione proprie.

Per Derrick de Kerchove, autore dell’ebook pubblicato da 40kLa mente accresciuta”,
“la generazione “always on” è caratterizzata dall'essere costantemente raggiungibile grazie al proprio dispositivo mobile. Vive in una condizione di fiducia e disponibilità, in una sorta di dialogo incessante con il mondo. È anche una generazione iperstimolata, composta da drogati di informazione e connessione che hanno bisogno di far circolare e ricircolare informazioni dalla mente biologica a quella delle reti. Costruisce la propria identità online attraverso i social media e vive dell'eccellente reputazione che riesce a procurarsi curando il proprio profilo e i propri contatti. È quasi letteralmente “inserita” nella mente accresciuta”.
“La mente accresciuta è l'ambiente cognitivo, attivo sia a livello personale che collettivo, che le tecnologie intessono attorno a noi e dentro di noi, attraverso Internet in particolare e l'elettricità in generale. Funziona sia come memoria estesa sia come intelligenza di elaborazione per ogni individuo che usa tecnologie elettroniche, dal telegrafo, al “cloud computing”, a Twitter. Unisce le persone invece di dividerle, come è successo con l'alfabeto, e tiene conto di qualsiasi quantità di voci singole all'interno di uno spazio di informazione fluido, definibile in base agli individui e alla comunità che lo abitano, seguendo i bisogni collettivi. Può assumere svariate forme e mettere in comune risorse individuali in servizi come Wikipedia, o esternalizzare e oggettivare il nostro processo di immaginazione in contesti di finzione in grado di offrire all'utente esperienze in presa diretta, come Second Life”.
“per questa generazione il mondo è sia globale sia geo-localizzato, allo stesso tempo. Ovunque si trovino, sono potenzialmente in contatto con il mondo intero. Come ha già osservato Doug Rushkoff, al giorno d'oggi i bambini non si limitano a guardare la televisione, come facevano i loro genitori, interagiscono con essa. Sono multitasking, possono gestire diverse “finestre” in una volta. La loro intelligenza si affida alla connessione con ipertesti colmi di riferimenti e tag, ipertesti che hanno gli stessi utenti al loro centro. I giovani sono “amici” già a tre o quattro gradi di separazione, mentre i loro nonni avevano bisogno almeno di stringere la mano a una persona più di una volta per considerare quella persona un amico”.

“Il primo diluvio è stato di acqua, il secondo è il diluvio dell'informazione”.
Lo studioso del virtuale Pierre Levy ha parlato di “diluvio dell'informazione”:

[...] Dunque il problema è di sapere che cosa si deve salvare, che cosa si deve mettere nell'arca, come dovremo navigare. Il problema della navigazione nel cyberspazio si presenta come navigazione dell'arca nel diluvio informazionale. È bene esserne coscienti. Occorreranno i giusti strumenti per orientarci e filtrare l'informazione. In secondo luogo, credo che il rapporto con il sapere sia completamente cambiato: viviamo in un'epoca in cui una persona, un piccolo gruppo, non può più controllare l'insieme delle conoscenze e farne un tutto organico. È divenuto impossibile anche per un gruppo umano importante. Ciò vuol dire che la ricostituzione di un tutto organico, che abbia senso, non può essere fatta da individui o da piccoli gruppi. Dobbiamo imparare a costruire un rapporto con la conoscenza completamente nuovo. In un certo senso non è un male: dà molta più libertà all'individuo o al piccolo gruppo, ma certo è molto più difficile.

La conoscenza, la cultura, è qualcosa che si sta definitivamente detotalizzando. Vi dicono: potrete avere accesso a tutte le informazioni, alla totalità delle informazioni, ma è proprio il contrario: adesso sapete che non avrete mai accesso alla totalità. Questo è il messaggio del cyberspazio e voi dovete saper selezionare [...] Ritorno sull'intelligenza collettiva. Voi e il piccolo gruppo, a cui appartenete e con cui avete uno scambio più stretto, non potrete mai sapere tutto e quindi sarete, necessariamente, obbligati a fare appello ad altri. Nasce così la necessità di fare appello agli altri, alle conoscenze degli altri e alle loro capacità di navigazione: i messaggi che hanno più valore nel cyberspazio sono quelli che vi aiutano a trovare dei riferimenti, a orientarvi, quelli che hanno meno valore sono quelli che aumentano la massa senza dare visibilità o trasparenza alle conoscenze disponibili.

Se mettete un documento sul Word Wide Web, fate due cose insieme: primo, aumentate l'informazione disponibile, ma, in secondo luogo, fate anche un'altra cosa: con i nessi che stabilite tra il vostro documento e l'insieme degli altri, voi offrite al navigatore che arriverà su quel documento il vostro punto di vista. Quindi non soltanto aumentate l'informazione, ma inoltre offrite un punto di vista sull'insieme dell'informazione. Che cos'è il Word Wide Web? Non è soltanto una enorme massa di informazione, è l'articolazione di migliaia di punti di vista diversi. Bisogna considerarlo anche sotto questo aspetto [...]
Grazie alle nuove possibilità di accesso alle comunicazioni satellitari e alle infinite connessioni via Internet, siamo diventati tutti individui globali. Dal punto di vista dell'utenza, lo scenario è apparentemente ideale: abbiamo una vasta scelta di fonti, di programmi, di informazioni; abbiamo la possibilità di confrontare opinioni, idee e posizioni. La massa delle informazioni generate dal sistema mediatico pare offrire un panorama che è espressione della più ampia libertà e soprattutto della più ampia potenzialità di strumenti per le decisioni. L'utente dei media vive dunque nella interiore consapevolezza che la proposta dei contenuti da parte dei media gli consente di "essere informato per apprendere e per crescere, come cittadino e lavoratore". In realtà, la stessa proposta di una larga massa di informazione genera situazioni di stress informativo (“information overload”) che superano la capacità di metabolismo dell'utenza. Troppa informazione = nessuna informazione. Ciò è registrabile sia nella proposta di informazioni da parte dei vecchi media, ma ancora più nella gestione dei messaggi proposti dai nuovi media, per i quali si sono cominciati a generare sistemi automatici di selezione delle informazioni in arrivo sulla propria stazione (cfr. K. Hafner, ”Have Your Agent Call My Agent”, Newsweek, 27 febbraio 1995).
«I media fanno parte di un sistema di propaganda ben congegnato. Il modo più abile per mantenere la gente passiva e obbediente è limitare rigorosamente lo spettro delle opinioni accettabili, ma permettere dibattiti molto vivaci all’interno di questo spettro incoraggiando perfino le posizioni più critiche e dissenzienti» (Noam Chomsky).
La massa di dati e notizie disconnessa da un sistema di filtraggio, ovvero dalla capacità di navigare attraverso di essi, si riduce ad un "diluvio” informativo che sommerge la coscienza, vanificando il senso stesso della proposta informativa.
«Vediamo passare l'enorme magma dell'informazione e di fronte ad esso restiamo come sospesi in uno stato di totale indifferenza» (J. Baudrillard, "La comunicazione uccide la realtà», intervista di P. Marcesini, Reset, aprile 1995).
Lo stress informativo può generare anche reazioni di rigetto e quindi creare un effetto boomerang rispetto all'ipotesi di arricchire, attraverso l'informazione, la conoscenza e il senso di responsabilità dei singoli utenti. Un esempio di questo smarrimento indotto nel fruitore è la schizofrenia tipica dei messaggi pubblicitari che segue una logica del consumo del tutto irrazionale e incoerente: [...] Per ogni messaggio televisivo che dice "Dite no alla droga" [...] ve ne sono 6 che dicono: "Se non ti senti bene, prendi una droga o un farmaco per modificare il tuo stato". Non riesci a dormire? Prendi qualcosa. Non riesci a stare sveglio? Prendi qualcosa. Vuoi dimagrire? Prendi qualcosa. Ti senti un po' giù? prendi qualcosa, oppure beviti una birra o un bicchiere di vino. [...] (J. Condry, “Ladra di tempo, serva infedele”, in “Cattiva maestra televisione”, I libri di Reset, 1994).
«World War III will be a guerrilla information war, with no division between military and civilian partecipation» (Marshall McLuhan).
La questione dell’informazione connessa alla democrazia e alla costruzione di un ordine sociale si trasforma allora in “guerra dell’informazione”. Lo stesso McLuhan diceva che la guerra d’informazione sarebbe stata la guerra del XXI secolo e che avrebbe coinvolto tutti i cittadini, non solo i militari professionisti. In questi ultimi anni si sono affermate diverse pratiche contro-culturali che hanno preso il nome di “media-attivismo”, “hacktivismo”, “artivismo”: si è cominciato a parlare di “media tattici”, di “communication guerrilla”, con riferimento ad un uso consapevole, artistico e guerrigliero dei media underground in contrapposizione a quello dei media mainstream.

 

John Brockman, anima di Edge.org, ha organizzato il dibattito annuale (online) del 2010 intorno alla domanda: «In che modo internet sta cambiando il nostro modo di pensare?».

 

L’iniziativa è un successo: sono stati inviati 172 saggi, per un totale di 132 mila parole. Brockman passa in rassegna alcune risposte, soffermandosi su quella che lo ha maggiormente colpito, a firma George Dyson. Secondo quest’ultimo il rapporto tra Internet e pensiero può essere raffigurato con una metafora. Nell’Oceano Pacifico del Nord c’erano due modi per costruire imbarcazioni: quello degli Aleut, che realizzavano kayak mettendo insieme frammenti di legna reperiti sulla spiaggia, e quello dei Tinglit, che invece ricavavano canoe intagliando un unico tronco fino a quando non avesse raggiunto la forma desiderata. Il risultato ottenuto è lo stesso, ma attraverso strade opposte. Il nostro rapporto con la Rete, caratterizzato da un ininterrotto flusso di informazioni, ci mette oggi di fronte allo stesso divario culturale: siamo passati da essere costruttori di kayak, che mettono insieme frammenti di informazioni per ottenere un significato, a costruttori di canoe, che invece devono ignorare tutto ciò che sia irrilevante per ottenere il significato desiderato. E tempo di di passare tutti dalla parte dei Tinglit, conclude Dyson, se non vogliamo affogare.

 






INFOWAR 2.0



LA GUERRA DEI MONDI 12



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