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Saturday, July 21, 2012

I Legionari della Rete


«Noi siamo legione», dicono gli hacker e attivisti di Anonymous da quando il gruppo ha fatto la sua comparsa in Rete. Inizialmente, le loro incursioni erano fatte così, tanto per divertirsi, anche se gli obiettivi erano niente affatto «leggeri». Siti di Scientology, ovviamente, ma anche di organismi statali ritenuti responsabili della limitazione di quella libertà nella circolazione delle informazioni che un hacker considera irrinunciabile.

Su Anonymous hanno scritto in molti, ma questo saggio di Antonella Beccaria – Anonymous, Aliberti editore, pp. 241, euro 15,50 – ha il pregio dell’umiltà e del rigore espositivo. Non vuol essere infatti una lettura astratta di un realtà difficile da afferrare, bensì vuol essere una ricostruzione storica il più possibile fedele di quanto è accaduto. L’autrice ha letto e navigato molto in Rete. E ha parlato a lungo con degli «anonimi» italiani, facendosi raccontare come funziona, cioè come si prendono le decisioni, qual'è la discussione dentro Anonymous. Ha tessuto una trama molto accurata dei mille fili che ha incontrato e raccolto nel suo lavoro di indagine. Emerge nelle pagine anche una buona dose di empatia verso le azioni che hanno reso noto il gruppo hacker.

L’origine di Anonymous è da cercare in 4chan, qualificato come il «quartiere più malfamato di Internet», dove si incontravano hacker, virtuosi della programmazione, ma anche perditempo che volevano «cazzeggiare» o vantarsi di aver fatto chissà cosa di pericoloso. Internet era già diventata uno degli strumenti di comunicazione più diffusi nel pianeta e gli hacker apparivano come un cimelio nobile del passato. Ma è in questo «quartiere malfamato» che si costituisce il primo nucleo di Anonymous.

È una genesi che può essere confermata o smentita. L’autrice avverte di aver fatto una scelta arbitraria, perché non esistono portavoce accreditati o una storia condivisa di Anonymous. Ma è convincente ciò che scrive, quando sottolinea che è in quel contesto che matura un’indisponibilità alla colonizzazione della Rete da parte delle imprese. Non che non fossero presenti gruppi di mediattivisti che si muovevano su questa lunghezza d’onda, ma le tattiche scelte preferivano una dimensione pubblica che conseguiva ben pochi risultati. Dunque Anonymous può essere stato formato in qualunque posto, ma è lì che si è agglutinato l’«humus culturale» che poi ha dato vita a Anonymous. 

Il resto è storia nota. La scelta di compiere azioni non distruttive, bensì dimostrative – la tecnica è di far «collassare» i sistemi, senza trafugare o cancellare dati -; che le azioni sono decise da piccoli gruppi e attraverso la tecnica del consenso; che Anonymous non ha portavoce, né leader; che si può entrare aderendo a principi quali la difesa radicale della libertà di circolazione delle informazioni e la critica a qualsiasi forma di organizzazione – statale, imprenditoriale, politica – che limita la libertà dei singoli. A differenza dei primi gruppi hacker non viene chiesto il pedigree, cioè le competenze tecnologica e informatiche su come funziona la Rete. In altri termini, può entrare in Anonymous anche chi esperto non è.

Anche la scansione delle azioni – Scientology, siti governativi, di polizia, di imprese – sono cose note. L’autrice ricorda con dovizie di particolari «l’alleanza» con Wikileaks. E di come fu scelta come simbolo la maschera indossata dal protagonista del film V per vendetta. La centralità dei singoli nella lotta contro un potere burocratico e pervasivo; individuo, però, che sa che ci sono altri disposti a battersi per una giusta causa senza cercare compensi o notorietà. 

Anonymous è espressione cioè di un’attitudine libertaria che non vuole darsi un’organizzazione stabile. Divertente è la descrizione che l’autrice fa della doppia vita condotta da ogni aderente ad Anonymous. Uomini e donne – ma anche in questo volume emerge il fatto che gran parte dei componenti sono maschi – che conducono una vita «normale», ma che in Rete indossano la maschera e organizzano le azioni per poi tornare alla vita di tutti i giorni.

Le parti più interessante del volume sono quelle che raccontano l’intervento di Anonymous a fianco delle rivolte tunisine, egiziane, degli indignados spagnoli, degli studenti inglesi, del movimento NoTav. La vera differenza tra la loro attitudine hacker e quella dei loro fratelli maggiori sta proprio nel cercare un legame tra le rivolte dentro la Rete e le rivolte al di fuori delle schermo. Una scelta che andrebbe tuttavia analizzata a partire dal fatto che il confine tra vita dentro lo schermo e vita al di fuori si è dissolto e che i conflitti sociali sono immediatamente conflitti sulla produzione e circolazione delle informazione e del sapere.

Anonymous è spesso indicata come risposta alla crisi della forma-movimento, perché assume lo sciame come organizzazione del conflitto. Si definiscono cioè gli obiettivi e si va all’attacco per poi sciogliersi una volta che l’azione si è conclusa. Un’organizzazione però che si deduce sempre dopo che lo sciame è formato. E nulla dice e in nessun modo è utile a definire i percorsi, il modo in cui si può formare lo sciame. Perché i movimenti non hanno nulla di naturale, ma sono espressione di relazione e condizioni materiali che sono socializzati attraverso il linguaggio. Proprio di quei fattori che Anonymous «manipola» fin troppo bene nelle sue azioni.



La legione degli hacker anonimi 16 luglio 2012


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