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16-year-old Tibetan student staged self-immolation protest

A 16-year-old student in a Tibetan region of Gansu staged a self-immolation protest on May 2 against Chinese rule, RFA's Tibetan serv...

Friday, February 6, 2015

I Bambini delle Fogne Children of the Sewers


Le fogne di Bucarest, simbolo del declino della dittatura comunista, teatro perfetto per scene di stupri, violenze, abuso di droghe, fame, freddo e malattie.
Dopo un po’ ci si abitua al tanfo insopportabile, ai topi e alla spazzatura, c’è chi da decenni ci abita, in quelle fogne. Soprattutto bambini, feriti, picchiati, violentati in quel mondo parallelo, con il buio a farla da padrone, interrotto solo dalla luce fioca delle candele.

Micaela e Marius ci vivono da decenni, da quando erano bambini, una generazione dimenticata nella Romania di CeausescuAdesso di anni ne hanno più di trenta. Figli di un regime che aveva proibito la contraccezione e l’aborto, che obbligava le donne a mettere al mondo almeno quattro figli, anche se poi non potevano mantenerli.

Con la conseguenza che centinaia di bambini finirono per strada e per ripararsi e riscaldarsi si rifugiarono nelle fogne.

Sono passati dieci, vent’anni e niente è cambiato per i bambini delle fogne, nel frattempo sono diventati adulti e a loro volta hanno avuto dei figli. L’unica azione di contrasto del governo è consistito nel tentativo di bloccare gli accessi a quel mondo sotterraneo, non è servito a nulla.

Parliamo di una Nazione, la Romania, entrata a pieno titolo nell’Unione Europea, il cui unico interesse è evidentemente la spending  review, i conti pubblici, non certamente i bambini che vivono nelle fogne, che sniffano colla, carne che aspetta di essere venduta per alimentare il traffico d’organi.

Bambini che transitano da un inferno all’altro, scappano dagli orfanotrofi, volti smagriti, abiti sporchi e laceri, non parlano e non si aspettano nulla. Durante il giorno chiedono l’elemosina ai semafori, per resistere sniffano l’aurolac, la colla romena più economica, che distrugge polmoni e fegato, ma regala un po’ di stordimento.

Conoscono il nostro paese attraverso le terribili storie sulla tratta iniziata negli anni Ottanta che, attraverso i Balcani, ha portato in Italia, prostitute minorenni e piccoli storpi da utilizzare come mendicanti.

Adesso le autorità  romene affermano che i bambini delle fogne non esistono più, che si tratta di una leggenda metropolitana, ma non è vero. Chi li ha cercati li ha trovati, li ha visti, ha toccato con mano quell’orrore.

La porta che spalanca quella città dolente sta dietro ad un grande centro commerciale, una montagnetta con buche e tombini dai quali ci si cala per entrare nei sotterranei. Tubi dell’acqua calda che riscaldano per quanto possibile gli inverni gelidi della città nascosta, ci si muove tra il putridume e liquidi viscidi e schifosi.

Bambini ovunque che giocano per terra, luce di candele e torce elettriche in mano a ragazze poco più che adolescenti. Coperte gettate per terra alla rinfusa, resti di scatolette e cibo avanzato, squittii che mettono i brividi.

Persone che non esistono, che non sono mai esistite, che non hanno una possibilità, una speranza, un sollievo se non quello di affondare il viso nella colla, fino a stordirsi e lentamente, ad uccidersi. Nessuna dignità per questi esseri umani spaventati e incattiviti, ai quali non interessa vivere e non hanno paura di morire.

Nelle fogne si sentono al sicuro, si proteggono a vicenda, d’estate potrebbero dormire al fresco del parco, ma qualcuno di quelli che lo hanno fatto è stato trovato morto, privo di organi e non è una leggenda. Il traffico della carne viva costa poco e rende molto.

Quelli che rendono di più sono i bambini abili a rubare, le prostitute bambine e gli handicappati, soprattutto con malformazioni alle gambe, che li costringono a muoversi come cani, fanno più pena.

I più fortunati sono qui, ragazzini che annusano e barcollano.

Quanti sono, non è possibile saperlo. All’Unione Europea non interessa, i fantasmi in carne ed ossa non esistono.

L’orrore dei bambini che vivono nelle fogne di Bucarest


Beneath the Baroque mansions and iconic squares of central Bucharest lies a second city that no tourist gets to see - an underground kingdom of outcasts and drug addicts living in the city's vast network of sewers

Deep under the streets of Bucharest - in Europe, in the 21st century - there is a network of tunnels and sewers that is home to hundreds of men, women and children stricken by drug abuse HIV and TB.

You can travel to the heart of the EU from Bucharest's Gara du Nord, write Paraic O'Brien and Jim Wickens, but our journey will take us just a few metres.

On the surface, the newest member of the European club has worked hard to redefine itself. But there's another Romania, underground. Drug addiction is rife, some have had children of their own.

The entrance to this underworld is a hole in the pavement on a traffic island in front of the station. By late afternoon they start to wake up, clambering up out of the ground like the undead.

Among them is a little boy, Nicu, who looks about 12. We find out later that "little" Nicu is in fact 17 but his development has been stunted by the drug abuse. He agrees to send word down that we would like to meet the boss.

This underworld, we're told, has an overlord and you only get to go down by invitation. A couple of hours later and word comes back up: he will see us now.

On our hands and knees we pothole down into the darkness and a parallel universe. It's the heat that hits you first. These old tunnels were part of Ceausescu's grand design to centrally heat the city.


Then there's the smell: a metallic paint called Aurolac, snorted by the addicts from small black bags. Next up the music.

The whole place is wired with electricity, there's a stereo system pumping out dance music. If they had a club night in hell it would feel like this.

We're in the first chamber: they call it The Office. You try not to gawp. Out of the corner of your eye, a woman with a syringe between her legs; a little boy stares at you with the Aurolac bag at his mouth, pumping slowly, like a black heart.

Everyone here is HIV positive, a quarter have TB. They're all on their way to "the counter".

The man behind the counter is called "Bruce Lee" after his street fighting days. He points to a tattoo on his inner thigh, it reads: "Bruce Lee, King of the Sewers".

He will be our guide down Bucharest's surreal, tragic rabbit hole.

Beneath the streets of Romania's capital, a living hell Paraic O'Brien  20 MAY 2014

Beneath the Baroque mansions and iconic squares of central Bucharest lies a second city that no tourist gets to see - an underground kingdom of outcasts and drug addicts living in the city's vast network of sewers 19 May 2014


Nessuno piange quando muore un bambino della stazione di Bucarest. Che sia morto di freddo - che in questo gelido inverno ne sta uccidendo a decine - di stenti o ammazzato, poco importa. Nessuno verserà lacrime per quel senza famiglia, drogato di colla, che viveva di furtarelli e marchette e puzzava come una fogna. Come la sua casa.

Meglio così - si dirà -. Uno di meno. Perché quei ragazzi della Gare de nord sono una piaga. Antica e purulenta. Un bubbone che i romeni fanno finta di non vedere. La cattiva coscienza di un paese uscito da un incubo, il comunismo, e subito sprofondato in un altro, l' ipercapitalismo senza regole e senza pietà. 

Quei bambini fuggono da famiglie disastrate, da orfanatrofi lager. Sono bambini difficili, hanno problemi, ma chi non ne ha qui in Romania? E allora chi se ne frega di quattro piccoli randagi - secondo Save the children sono invece migliaia - brutti, sporchi e cattivi, impermeabili a qualsiasi progetto di recupero, carne buona solo per i pedofili

Già, perché l' internazionale degli stupra-bambini si è già passata la voce: Bucarest quasi meglio di Bangkok. Questi piccoli, sventurati romeni li puoi avere per un tozzo di pane e puoi infierire su di loro nel più abietto dei modi. Anche uccidendoli, perché no?, tanto nessuno ne denuncerà la scomparsa. 

Certo, c' è la polizia, ma anche la milizia gira al largo della stazione nord. E così i pedofili continuano ad arrivare. Dall' Europa ricca: Francia, Belgio, Svizzera, Germania, Inghilterra, Italia. Ma anche da America e Canada. Il mese scorso, colti sul fatto, sono finiti in manette un francese e uno svizzero. Due stimati professionisti, un avvocato e il presidente del consiglio di amministrazione di una banca. Un arresto che ha fatto scattare l' allarme. Roba di qualche giorno, prima che il disinteresse tornasse a calare sugli ' orfani' di Ceausescu. 

Parcul Goru, pomeriggio inoltrato. È il parco, grigio e spalacchiato che circonda la stazione ferroviaria più grande della capitale romena, quello che centinaia di piccoli senzatetto hanno eletto a loro casa. Un tempo lontano, su quella brulla radura c'erano forse addirittura dei fiori, ora ci sono solo cartacce, pochi fili d'erba rinsecchita, lastre di ghiaccio e buche. Un mare di buche. In realtà sono tombini a cielo aperto, il cui pesante coperchio è finito venduto a chissà quale robivecchi. 

È lì sotto che si rintanano, per ripararsi dal freddo e dalla curiosità della gente, i bambini della stazione. L'inferno è a tre quattro metri sotto il livello della strada. Ci si arriva calandosi per una sdentata scaletta di ferro. Dieci, traballanti pioli e si è giù, i piedi in un tappeto di melma. Ti giri e ti investe la puzza. Che ti viene addosso a ondate, come qualcosa di solido. Un cocktail di urina, escrementi, sudore, resti di cibo, carogne di topi e chissà cosa altro. E intorno c'è il buio più buio che si possa immaginare. Nero e fetido. Le fogne di Bucarest, insomma.

Il contadino fa gli onori di casa. Si chiama Vasil, ha una quindicina d'anni, i capelli di un biondo rossiccio, gli occhi chiari. Viene dalla campagna, da qui il soprannome. È fuggito di casa tre anni fa e non ha trovato niente di meglio che questo cunicolo. "Ci deve essere una gran puzza qui sotto. Io non la sento più, ma so che c' è. Sarà pure peggio di un cesso, ma almeno qui non si muore di freddo". Ha ragione, il contadino. Fuori sarà meno dieci e invece lì c è un certo tepore. Al centro di quella galleria passano infatti i tubi del riscaldamento. Così grossi da occupare più della metà dello spazio disponibile, che non è poi un granché: un metro e cinquanta per meno di due. 

A sinistra e a destra dell'enorme termosifone, forme indistinte si agitano sotto un mucchio di stracci. Il contadino si muove in quella oscurità con l'agilità e gli occhi di un gatto. Dà la sveglia ai compagni. A pedate. Vali è già sveglio. Una dozzina d' anni, un ciuffo di capelli incollati alla fronte, un maglione dal colore indefinibile di almeno cinque taglie più grande di lui, gli occhi a fissare come un punto lontano. Soffia da un sacchetto i vapori di quella terribile colla, che distrugge il cervello e della quale tutti qui sono schiavi. Romica, che non avrà più di dieci d'anni - il contadino conferma - sembra un automa. Si muove a scatti. "Sta ancora sognando - lo giustifica Vasil -. Ieri sera era il compleanno di uno di noi e abbiano bevuto e sniffato. Che festa".

In quel lercio budello si drogano tutti. Anche il contadino. Da due anni. Con l'Adela, un collante. Qualche goccia diluita in un sacchetto di plastica, tiri su con il naso e i vapori ti danno un ottundimento che i ragazzi chiamano ' sogno' . "È come se non sentissi più il peso del corpo, ti sembra di volare. È bellissimo, ma dura poco. Poi ti risvegli e stai male. La testa ti scoppia e hai solo una gran voglia di litigare. E di ricominciare". 

Quelle bottigliette costano spiccioli. La legge vieta che siano vendute ai minori. Ma i ragazzi trovano sempre qualche vecchio barbone che in cambio di una mezza bottiglia di vodka è disposto a comprarle per loro. Approvvigionarsi non è dunque un problema. E così spesso in quel cunicolo, quando svaniscono gli effetti del narcotico, scoppiano liti furibonde, così per nulla. Hanno tutti la faccia e le braccia segnate da cicatrici ed ecchimosi. Il contadino la spara grossa. "Qui non abbiano problemi di soldi. Un po' mendichiamo: la gente pur di non averci tra i piedi, scuce. E un po' ci arrangiamo. Come? Facendo sesso con quelli che ci pagano".

Il contadino racconta di quella volta che ha fatto sesso con un arabo. "Mi ha dato dieci dollari. Ho fatto il signore per una settimana. Offrivo da bere e da sniffare a tutti, non è vero ragazzi? Ma è un po' che nessuno mi cerca più. Ormai sono grandicello, ho anche perso tre denti". Il contadino indica Romica. "Lui va fortissimo, un inglese, la settimana scorsa gli ha dato quindici dollari. Ma quella che ci batte tutti è Cristina. Cristinaaaa. Cristinaaa". E Cristina arriva. Avrà nove anni, sembra una bambolina. I capelli lunghi neri, la faccia sporca di fuliggine, l'espressione imbronciata, si succhia un dito. Ha uno sguardo inquietante, Cristina. Occhi da adulta. Che sembrano aver visto tutto. 

"È una bugiarda matricolata - la presenta il contadino assesstandole uno scappellotto - ma ci aiuta. Perché qui siamo una famiglia, vero ragazzi?, e ci dobbiamo dare una mano l'un l'altro. Lavora ai cessi della stazione, Cristina. Non fa storie e per tremila lei (poco più di mille lire, ndr) è disponibile a tutto. Come è finita qui? Credo ce l' abbia portata la madre - ride il contadino - dopo che il patrigno - altra risata - le aveva messo gli occhi addosso". Cristina non dice una sola parola, punta gli occhi diritti in faccia al contadino, gira le spalle e se ne torna da dove era venuta. 

Di ragazze qui ce ne sono poche. Stanno col gruppo fino a quando sono piccole, poi quando crescono si trovano un protettore, iniziano a battere e vanno a vivere altrove. "Ogni tanto qualcuna ci viene a trovare, porta un po' di vodka, qualche biscotto, ma è raro". Moimir se ne sta in un angolo accarezzando quello che a prima vista sembra un gattino. È invece un topo. "Gli parla tutto il giorno, lo accarezza, gli dà da mangiare. È matto Moimir - dice Vasil - e soprattutto sbaglia a mostrarsi tanto attaccato a quel topo. Prima o poi qualcuno, così per dispetto, glielo farà trovare morto e allora sai che risate...". 

Il contadino decide che prima di uscire bisogna bere qualcosa. Tira fuori da chissà dove una mezza bottiglia di vodka Rasputin, tutti ne bevono un sorso, tranne Romica. Sogna ancora, Romica. Forse solo una mano che gli accarezzi la fronte.

I BAMBINI DELLE FOGNE DI BUCAREST RENATO CAPRILE 


Daniel Mutica was putting up posters over his bed last week. Once the tattered images of rock bands were securely pinned, he pulled back a thin cotton sheet, and climbed into his bed to sleep. Like many youngsters he is a music fan, but for Daniel there is a difference - the rock posters, along with his bed, are 20 feet below ground, in a section of Bucharest sewer.

He is not alone. All over Romania, hundreds of sewer children live in the country's network of tunnels. Most of them are descendants of children who were first discovered in the sewers when Communism collapsed more than a decade ago.

Many of those original sewer-dwellers, now adults, are still there with children of their own, fighting for space among the water pipes with orphans like Daniel. The pipes, a legacy of the Communist regime, were designed to supply blocks of flats from centrally-located heating plants as a model of Communist efficiency. In practice, they shed most of their heat underground, providing warmth in the sewers all year round.

Daniel reaches his subterranean bedroom via a manhole cover on a traffic island in one of Bucharest's vehicle-choked main streets, darting between ageing Trabants, buses and trucks that spew out so much exhaust the air is barely breathable.

As the metal cover is lifted, a wave of heat rises out of the opening. Climbing carefully down over the rusting rungs of the metal ladder you are met by the smell of rotting garbage - banana skins, plastic bottles, cabbage leaves, and faeces from both rats and humans - which rises intensely with the heated air.

The sewer-dwellers do not try to clear out the garbage, saying that the rusting ladder rungs are dangerous enough without extra weight, and the rubbish would only wash back in next time it rains.

During the day, faint rays of light that enter through the manhole opening are just enough to show the way to the bedrooms over the tangle of pipes and rubbish. At night, small torches are used. Fires have not been lit since a blaze two years ago killed two homeless teenagers and injured seven others.

The response at the time of Romanian officials was to start a programme of sealing up the tunnels - in Bucharest at least - mainly to stop negative publicity. Orphans such as Daniel, however, soon found their way in again, and council departments lost interest in constantly evicting sewer residents, and having to reseal entrances.

Their beds are mostly dirty, torn and mud-covered mattresses which are, nevertheless, warm and dry, laid as they are between the large water pipes - some of which are too hot to touch. The garbage in the sewer has been swept away from around the bedrooms.

Within a few seconds of being inside, it's impossible not to break out in a sweat, but the sewer children and their parents guard their places even in the summer, for fear of losing them in winter.

In another section of the sewer, Doru, 30, accepts a cigarette as he squats on his mattress and explains that he has been living in the sewers since he was 14. "It's not so bad," he says. "I'm lucky to be here still. When I was younger I did all the crazy things, like sniffing paint, but now I have responsibilities, I have a wife, and our baby has just been born. With Cristina and Valentin to take care of, I need to be more responsible."

The sewer family live together with Cristina's mother, Mariana, in a tunnel close to one of the fanciest districts in Bucharest, Cotroceni, just a few hundred feet away from what was Nicolae Ceaucescu's Presidential Palace.

Doru says: "Most people driving past don't know we're here, they are more intent on avoiding the holes in the road." Cristina, 18, is worried that she has not baptised her baby yet, but is happy he is healthy. She says: "The doctor told me to keep him as much as possible outside, in clean air, because down here anyone would get sick."

She has been living in the sewers since her mother, Mariana, lost her job at a local power station and they were evicted from their one-room flat. She doesn't know exactly how many years they have been there, but is sure it has been more than five. Mariana still gets some money for food from occasional jobs such as cleaning and gardening. But she weighs just 40 kilos (less than seven stone) and complains that physical work, such as climbing a ladder to clean office windows, tires her out.

Doru and Cristina, meanwhile, beg every day for money on the Bucharest buses, taking it in turns to carry their child in the hope that other passengers will take pity on them. "We hate the fact we're using our child to get money," says Cristina. "But there is no other choice. On a good day we make about 600,000 lei [£10]. But on other days we make nothing."

George Roman, of Save the Children in Bucharest, believes that fewer families now live in the sewers than a decade ago because they are harder to access, but admits that more are now probably living on the streets. Mr Roman estimates that as many as 60,000 children are surviving by begging, often supporting not just themselves but their families as well.

Laura Bodor, a social worker, says that no one has any real idea how many children live in the sewers as there are no official records, and adds that if numbers have dropped it is only after officials bricked the sewers up to stop children using them. This policy not only stops social workers finding the children, but also restricts the access of the media, who increasingly are making negative reports.

Marian Zaharia, the programme co-ordinator for The City of Hope organisation, which works with street children in Bucharest, says: "We can't help more children because we cannot find them as easily as before. The City Hall has sealed many sewers, and the children have had to find other places to stay. To block the sewers is okay, but the problem is that the authorities haven't offered any alternative."

Doru and his family are among those who have found their way back in, and there are many others besides. Nearby, Stefania, aged five, and her sewer-raised mother, Georgiana Niculescu, 38, get to their home from a pavement framed by public fountains. Georgiana says that she managed to leave her sewer life when she married, but her aggressive husband forced her back. "I came back to the sewers when my husband turned violent," she says. "I prefer to be here than to be with a man who has no respect at all for me and my small child. I hate being here, but it still is better and it's safer than being on the streets."

Organisations working with homeless children say that the government has been woeful in combating the issue, treating it as a "marginal problem". Mr Roman says: "The state doesn't provide permanent social assistance to these children and the system in place is far from satisfactory. "There are local or personal initiatives from some good-hearted social workers who get involved in helping street children, but since I started to work in this field 10 years ago I have never heard of a national monitoring system or a national strategy for this category of children. "They are forced to accept this situation and they have never really had a choice."

Born in the sewers Michael Leidig 19 Sep 2004

Life in the Tunnels: Inside the Underground World of Bucharest, Romania's Sewer Kids  BOB WOODRUFF, CHRISTINE ROMO and LAUREN EFFRON Nov 28, 2014

Bucarest è un serbatoio per chi sfrutta e violenta i bambini, una richiestissima tappa per chi pratica il turismo sessuale. 


Il turista deve trascorrere solo due ore di aereo per poter soddisfare qualunque turpe desiderio, per poter comprare un bambino con un lecca lecca, per affittare, per pochi dollari, un appartamento appena fuori città o una camera in un prestigioso hotel, dove il portiere non vede e non sente nullai, ovviamente. 


Racconta Camarca ne “I Santi Innocenti”: «Se vuoi entrare nei loro cuori baciali in bocca. Non pensare alle malattie. Non ti succede niente. Le bambine ci stanno subito, schiudono le labbra e ci mettono la lingua in mezzo. Se tu rispondi ce li hai in pugno. Sono tutti senza famiglia, abbandonati per strada. I genitori li hanno rinnegati, tu vai lì per una settimana e prendi il posto della mamma. Trattali come se li amassi sul serio. Ne vale la pena, in cambio otterrai l'appagamento incondizionato di qualunque desiderio». 


Bucarest è una città piena di bambini di strada e di cani randagi, entrambi sporchi, soli, denutriti, entrambi randagi in cerca di cibo. Negli orfanotrofi, nelle fogne, nelle stazioni o sui marciapiedi di Bucarest e di tutta la Romania, la storia ci scorre vicinissima senza nemmeno conoscerla. La psicologa e psicoterapeuta Maria Rita Parsi scrive: «Come una sorta di realtà parallela ed inutile, l'occhio dell'occidente comodamente dorme, fa finta di niente e sogna libero dagli scrupoli di ciò che gli accade accanto» (“Reportage dalla Città di Dite”, M.R. Parsi, prefazione a “I Bambini delle Fogne di Bucarest”, Frassi, 2001).


E la storia parla finalmente di questi bambini, dai 3, 4 anni, fino a 16, 17 anni, soli e abbandonati dalle famiglie, inesistenti per un governo che si rifiuta di prendersene cura, come dovrebbe. I bambini delle fogne, perché proprio nelle fogne questi bambini dormono, per sopravvivere al freddo. Nelle fogne perché passa il metanodotto, con i suoi grandi tubi, caldi, che permettono di mantenere una temperatura intorno ai trenta gradi, e non solo. Il ventre della terra permette loro anche di essere al sicuro, perché il ricco occidentale non scende là sotto, dove si respira un «odore di panni sudati incrostati di vomito che fa salire una claustrofobica sensazione di sepoltura» (Camarca, 1998).

Quando i pedofili hanno provato a scendere nelle fogne, se ne sono amaramente pentiti. Massimiliano Frassi, responsabile dell' “Associazione Prometeo” (che si occupa della lotta alla pedofilia, promuovendo una cultura a favore dell'infanzia, organizzando periodicamente convegni e corsi di formazione e interventi diretti su famiglie e bambini), più di una volta ha avuto occasione di scendere in quell'inferno. Ha notato le borse e le macchine fotografiche digitali appese come trofei di caccia ai bastoni di ferro, in attesa di essere rivendute sul mercato per pochi spiccioli. In estate invece, quando la temperatura raggiunge per strada i quaranta gradi, molti bambini abbandonano le fogne (dove si arriva ai sessanta gradi), per andare al mare, nel senso che si trasferiscono nelle località di villeggiatura, dove grazie alla presenza dei turisti sessuali, cercano di guadagnarsi una giornata di vita in più. Altri invece si rifugiano nei boschi (da qui il soprannome dispregiativo di “boschettari”), vivono con animali, scavando nel terreno le proprie tane dove dormire e trovando riparo nel buio dalle aggressioni degli avidi cacciatori che sono perennemente sulle loro tracce. 

Viene spesso da chiedersi come è possibile che così tante famiglie abbandonino i loro piccoli e che nessuno faccia niente per loro. Quasi tutte le famiglie di provenienza dei bambini sono famiglie estremamente povere, spesso i genitori condividono con 7, 8 bambini uno spazio di venti metri quadrati, senza riscaldamento, né servizi sanitari. A peggiorare la situazione, parallelamente alla povertà economica, c'è una povertà morale ancora più profonda. Il più delle volte, il padre, schiacciato da una situazione che non riesce (e non può da solo) gestire, è un etilista o ha gravi problemi psichici e sfoga la sua rabbia, la sua impotenza, sui bambini, innocenti, che non capiscono. 

Una delle principali cause di fuga da casa dei bambini è l'abuso intrafamiliare che subiscono da parte dei genitori. Per questo motivo, una volta che si trovano in strada accettano la logica di doversi prostituire per sopravvivere, passando dalla condizione di vittime passive a quella di vittime attive. E non solo da casa fuggono a causa delle violenze subite, ma anche dagli orfanotrofi. Quello degli istituti che accolgono piccini è un tasto particolarmente dolente per la Romania: si conta che tra i minori ancora negli istituti, il 10% sia destinato agli istituti psichiatrici e il 30% rimarrà assistito cronico; di questi 3.500 sono sieropositivi (“L'Eredità di Ceausescu”, P. Barsottelli, in “Romania, il Dramma dei Ragazzi di Strada di Bucarest”).

Sembra che i bambini che vivono in strada, nella sola Bucarest, siano oggi circa 5.000, anche se non esistono stime precise, perché molti di questi bambini transitano nella capitale non fermandovisi stabilmente. Inoltre, il Governo non riconosce questi bambini, è come se non esistessero per nessuno, come se fossero figli di un dio minore, carne da macello per chi vorrà assaggiare.

Il 6% di questi bambini in strada vi è nato. Sono i figli delle ragazzine che fuori di casa hanno una sola possibilità per sopravvivere: prostituirsi. La maggior parte di queste bambine sono sieropositive e così anche i loro figli. Nessuna di loro arriverà alla maggiore età, se avranno fortuna potranno tentare di curare i loro figli nell'ospedale principale di Bucarest, il cui reparto infettivi è «un aperla incastonata in un monile di latta» (Frassi, 2001).

Il pedofilo turista sessuale in Romania, spesso cerca vittime sempre più giovani dimenticandosi che proprio per la loro tenera età i loro corpicini sono più vulnerabili, le membrane delicate permettono con più facilità che avvenga il contagio dell'Aids. Ma a questo il pedofilo sembra non fare caso, anzi, cerca vittime sempre più giovani e sfoga la sua bestialità contagiandoli e condannandoli, così, definitivamente a morte certa. 

Il responsabile dell' “Associazione Prometeo”, durante uno dei suoi viaggi a Bucarest ha avuto l'occasione di conoscere uno di loro, un pedofilo turista sessuale. Frassi sostiene che più o meno sembrano tutti uguali, nei modi, nell'apparenza, nel modo di vestire, nello squallore di quello che fanno. L'uomo che racconta la sua storia a Frassi ha più o meno cinquant'anni (portati male), camicia bianca candida aperta sul petto rigorosamente villoso, pochi capelli tirati indietro con il gel (effetto “unto su unto”), fronte alta e spaziosa, non sempre segno d'intelligenza, evidentemente, al polso pesante orologio rolex d'oro, rigorosamente originale. Imprenditore, sposato con un'insegnate elementare da venti anni, due figlie di sedici e quattordici anni che d'estate vanno a fare i corsi di lingua inglese a Londra, perché con l'inglese poi gireranno il mondo e poi è sempre importante sapere una lingua straniera. 

Quando Frassi gli chiede se le sue figlie sono fidanzate, la sua risposta è «Certo che no, sono troppo giovani!». Troppo giovani. A Bucarest ha una delle 6.000 imprese italiane (la metà delle quali coperture per traffici illeciti o scappatelle amorose, come se l'una escludesse l'altra), dove produce articoli pagandoli poco o niente al laboratorio convenzionato, da rivendere in Italia a caro prezzo nelle boutique del centro. In Romania cerca le bambine, le adora di non più di 10 anni, le trucca e le riempie di profumo, ama lavarle nella vasca da bagno nella quale svuota tutti i boccettini che la Direzione dell'hotel (che ormai conosce bene i suoi gusti e li anticipa), gli regala. 

Racconta che l'ultima bambina che ha “amato”, aveva 12 anni, troppi, ma lui era troppo stanco quella sera per cercare ancora. La bimba, Sandra, vestita con una gonnella a fiori e una camicetta rosa, è in AIDS conclamato, regalo di un turista francese che due anni prima l'aveva violentata per tre giorni consecutivi lasciando al patrigno, suo “tutore”, come pagamento, 50 dollari ed un impermeabile in pelle

Sandra, non resiste a lungo a questa ulteriore violenza e muore dopo poche ore. Il pedofilo è arrabbiato: a caro prezzo ha pagato un giocattolo che si è rotto subito. Ore dopo, in un vicolo troveranno racchiusa in un sacco la bambina con una gonnella a fiori ed una camicetta rosa. 

Anche per i bambini molto piccoli, 4, 5, 6 anni d'età, la prostituzione spesso è l'unico rimedio per sopravvivere, stando in strada. Non essendo “sufficientemente abili per rubare”, non riuscendo a trovare soldi chiedendo l'elemosina, hanno come unica possibilità quella di accettare le offerte fatte loro dal pedofilo. 

Offerte fatte anche in mezzo alla strada, racconta Frassi: «La bambina ha non più di otto anni, il viso è coperto di macchie nere. Sporca come i cani che la seguono. L'auto le si ferma così vicino che per un attimo penso che l'abbia investita. L'uomo seduto dietro, scende, parlotta brevemente con lei, quindi dopo essersi slacciato i pantaloni la costringe ad avere un rapporto orale. Lì, in mezzo alla strada, sotto la luce tristemente spettrale del vecchio lampione arrugginito» (Ibid.).

A Bucarest la carta dei diritti dei bambini è violata su tutti i fronti. Nessuno di loro viene amato, nessuno di loro viene nutrito, nessuno di loro va a scuola, nessuno ha la garanzia di poter sopravvivere. La prostituzione è l'unica loro speranza.



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