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The Poison Papers

The Environmental Protection Agency’s mission statement reads: “to protect human health and the environment.” Ironically, while the EPA ...

Tuesday, February 17, 2015

IL SUICIDIO DELL'OCCIDENTE


"Dio ci ha abbandonato. Ho pregato per avere una guida e non ho sentito nulla. Ho supplicato il Signore giorno e notte, e la sola risposta che ho ricevuto è stata un'interminabile processione di morte".


Terrore a Copenaghen


Omar Abdel Hamid El-Hussein ha gridato Allah Akbar mentre sparava all’impazzata lasciando a terra due morti e diversi feriti.

Il responsabile di entrambe le sparatorie  avvenite a Copenaghen, a un convegno e davanti a una sinagoga, è stato ucciso dalla polizia vicino a una stazione ferroviaria. Si tratta di un danese di 22 anni, nato e cresciuto nel Paese, di chiare origini arabe. Pregiudicato, più volte condannato, era uscito di carcere appena 2 settimane fa, dopo un'aggressione aggravata. 

La libertà di espressione in Europa torna ancora una volta sotto attacco del terrorismo. Jens Madsen, capo dei servizi danesi (Pet), ha dichiarato che la polizia sta lavorando sulla base dell'assunto che i due attacchi di Copenaghen «siano stati ispirati dagli attacchi di qualche settimana fa a Parigi». In entrambi i casi, dopo un primo attacco ad un obiettivo legato a vignette su Maometto, è stato presa di mira la comunità ebraica locale. 

Il bilancio del violentissimo attentato avvenuto nel pomeriggio all'interno di un locale dove si svolgeva il dibattito è di un morto - un civile sui 40 anni - e di tre agenti feriti, che non sono in pericolo di vita. All'evento partecipavano tra gli altri l'ambasciatore francese in Danimarca Franois Zimeray e il vignettista svedese Lars Vilks, in passato minacciato di morte per avere pubblicato una vignetta satirica dove aveva raffigurato il profeta Maometto con le fattezze di un cane, e che potrebbe essere stato il bersaglio dell'attacco. Poi, verso mezzanotte, ancora spari davanti a una sinagoga del centro, che colpiscono una persona alla testa, poi deceduta, e due poliziotti, feriti a gambe e braccia. L’attentatore fugge a piedi e la polizia setaccia l'area, fermando auto, evacuando la stazione di Norreport e invitando i cittadini a non circolare nella zona. Il terrore era esploso poco dopo le 16. Al Krudttoenden cafe, noto locale che organizza concerti jazz, si era da poco aperto il convegno dal titolo «Arte, blasfemia e libertà di espressione». 

E proprio quando l’ambasciatore francese si apprestava ad introdurre il dibattito, una raffica di colpi di arma da fuoco investiva i presenti. Alcuni agenti di polizia presenti hanno risposto al fuoco, mentre tra i partecipanti al convegno si diffondeva il panico, tra chi fuggiva all'esterno del locale o chi cercava riparo. Un uomo a volto coperto, probabilmente arabo, è entrato urlando e sparando. L'attacco, racconta ai giornalisti Niels Ivar Larsen, è avvenuto poco dopo la presentazione degli ospiti, tra i quali il vignettista svedese Lars Vilks, uno dei possibili obiettivi, che è fuggito in cucina nascondendosi in una cella frigorifera. Ad un certo punto si sono udite delle urla, probabilmente in arabo, provenire da una stanza adiacente, e una raffica di colpi di arma automatica che ha provocato il ferimento di tre agenti e la morte di un regista 55enne tra il pubblico. 

''Sono vivo'', ha scritto subito in un tweet il diplomatico francese. Subito dopo è iniziata la caccia all'uomo. In un primo momento si era parlato di due attentatori che si erano dati alla fuga a bordo di un'auto, poi ritrovata dalla polizia. Ma in serata la stessa polizia danese ha precisato che l'attentatore sarebbe uno solo e ha poi diffuso una sua foto. ''Ritengo che obiettivo dell'attacco fosse Lars Vilks'' ha affermato Helle Merete Brix, una degli organizzatori del convegno. Secondo il canale TV2, in una finestra del Krudttoenden cafe ci sono almeno una trentina di fori di proiettile, segno della violentissima sparatoria. 

Il presidente francese Francois Hollande ha condannato come un ''atto riprovevole'' la sparatoria e ha poi offerto alla premier danese Helle Thorning-Schmidt ''la piena solidarietà della Francia''.

IL nuovo totalitarismo del Grande Callifato



IL SUICIDIO DELL'OCCIDENTE


Era il sette gennaio, e Repubblica pubblicava un’intervista di Anais Ginori a Michel Houellebecq sul suo ultimo libro, Sottomissione, in uscita proprio quel giorno. Un giorno ormai famoso, in cui il mondo è stato scosso dal massacro a Charlie Hebdo: il cui numero in edicola prendeva a sua volta in giro lo scrittore francese. Ironicamente raffigurato come una vecchia veggente un po’ suonata, perché nel suo romanzo profetizza l’avvento di un presidente musulmano e la conseguente islamizzazione della Francia. 
Nell’intervista Houellebecq parlava senza freni di “suicidio dell’Occidente” e dell’ateismo “perdente perché troppo triste”. Dalla parte delle tesi di Houellebecq, scriveva Ginori, ci sono Emmanuel Carrère e Alain Finkielkraut. Ma c’è un po’ anche Michel Onfray, intervistato a sua volta dal Corriere della Sera: “L’Europa è un continente morto, oggi in mano ai mercati. Domani forse all’islam”.
L’ateismo è perdente? Gli atei sono il gruppo “religioso” che in questi anni è cresciuto maggiormente un po’ ovunque nel mondodagli Usa all’Olanda passando per l’America Latina e persino per i paesi arabi.
Per contro, le grandi fedi segnano un po’ il passo. Il papa farà anche il record di fedeli a una messa, superando i record di Wojtyla, ma come Wojtyla sembra soltanto in grado di mobilitare i suoi, non di convincere altri ad abbracciare le sue convinzioni.


A.A.A. chiesa vendesi, lo slogan è scontato, ed è sufficiente leggere gli annunci di agenzie e servizi immobiliari per accorgersene. La catena delle cause è lineare: secolarizzazione crescente, calo dei fedeli (e delle vocazioni), crollo delle offerte. Molti edifici religiosi sono vuoti, abbandonati, e i costi di manutenzione, in tempi di crisi economica, sono insostenibili. Non resta che un’alternativa: vendere.

Il fenomeno riguarda soprattutto il Nord Europa, come ha fatto notare recentemente il Wall Street Journal. La Chiesa anglicana chiude in media una ventina di edifici all’anno. I tedeschi, negli ultimi dieci anni, hanno dovuto serrare i battenti a più di cinquecento strutture religiose. Circa 200 chiese danesi sono inutilizzabili. Ma il Paese maggiormente coinvolto è l’Olanda, dove i cattolici stimano che nei prossimi dieci anni due terzi delle loro 1600 chiese verrà chiuso, una sorte comune a quella di 700 edifici protestanti.

Secolarizzazione imperante? Si direbbe di sì, se è vero che, secondo i dati raccolti dal Pew Research Center sulla partecipazione al culto – ovvero percentuale di cristiani che vanno a messa almeno una volta la settimana – persino nella cattolicissima Irlanda la quota è scesa sotto il cinquanta per cento, dal sessanta di inizio secolo. Le differenze tra Paese e Paese sono notevoli: l’Italia si mantiene intorno al quaranta per cento, Spagna, Olanda e Gran Bretagna hanno una percentuale inferiore al trenta, Germania e Francia sono poco sopra il dieci e la Danimarca, fanalino di coda, si piazza addirittura dietro quella soglia.  

La gente non prega più, è boom di chiese in vendita 14/02/2015 Davide Vannucci

Come disse l’ayatollah Khomeini: “Allah non creò l’uomo perché potesse divertirsi. Un regime islamico deve essere serio in ogni campo. Non c’è umorismo nell’Islam.” Quanto al cristianesimo e alla sua diffusa avversione per il riso, basta rileggersi il fortunatissimo libro di Umberto EcoIl nome della rosa. Va detto che Avvenire ci ha provato a sua volta, commentando sulla scia di Houellebecq l’attacco al Charlie Hebdo, a parlare di “laicità triste” perché diventata “sinonimo di ateismo”. Un triplo salto logico che aveva il solo scopo di giustificare la promozione di una “laicità positiva”, intesa come quella che “ammette il confronto fra diverse identità religiose e culturali anche nello spazio pubblico”, l’unica che ci permetterebbe di essere “davvero liberi e ilari”. 
Christiane Taubira, ministra della giustizia francese, è stata veramente splendida a ricordare che “in Francia si può disegnare di tutto, compreso un profeta, perché in Francia, paese di Voltaire e dell’irriverenza, si ha il diritto di deridere tutte le religioni”. 
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà”, scriveva Charb, “la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova”.

Il nuovo romanzo di Michel Houellebecq, Sottomissione, immagina una Francia del 2022 governata da un presidente musulmano e un nuovo ordine sociale che prevede poligamia e donne che restano a casa a occuparsi di mariti e figli in omaggio a una religione - l’islam - che ha trionfato sulla civiltà dell’Illuminismo. Prima ancora dell’uscita il libro ha scatenato polemiche e discussioni, tra riconoscimento del valore letterario e critiche a una presunta voglia di provocazione. Il «Corriere» ha sollecitato l’opinione di Michel Onfray, uno dei più noti intellettuali francesi, autore di decine di opere tra le quali il celebre Trattato di ateologia e una Controstoria della filosofia (Ponte alle Grazie); un pensatore ateo che ha letto - e amato - il romanzo del momento. 

Visto che «Sottomissione» è un romanzo e non un saggio, è possibile separare il valore letterario dal contenuto profetico? 

«È un esercizio di stile, una fiction politica ma anche metafisica: un romanzo sull’ignavia delle persone, degli universitari in particolare. Un romanzo molto anarchico di destra. Un libro sulla collaborazione, vecchia passione... francese! Come un universitario specialista di Huysmans può convertirsi all’islam? Ne scopriamo le ragioni poco alla volta: la promozione sociale in seno all’istituzione riccamente finanziata dai Paesi arabi, gli stipendi mirabolanti dei convertiti, la possibilità della poligamia, una ragazza per il sesso, un’altra meno giovane per la cucina, una terza se si vuole, il tutto continuando a bere alcool... Questo libro è meno un romanzo sull’islam che un libro sulla collaborazione, la fiacchezza, il cinismo, l’opportunismo degli uomini...». 

La parte più scioccante è forse il destino riservato alle donne. Qual è la sua opinione? È concepibile nella nostra società un’evoluzione simile? 

«La nostra epoca è schizofrenica: bracca il minimo peccato contro le donne e, per fare questo, milita per la femminilizzazione dell’ortografia delle funzioni, la parità nelle assemblee, la teoria di genere, il colore dei giocattoli nelle bancarelle di Natale; la nostra epoca prevede che ci si arrabbi se si continua a rifiutare auteure o professeure (femminili di autore e professore ), ma fa dell’islam una religione di pace, di tolleranza e di amore, quando invece il Corano è un libro misogino quanto può esserlo la Bibbia o il Talmud. Se si vuole continuare a essere misogini con la benedizione dei sostenitori del politicamente corretto, l’islam alla Houellebecq è la soluzione!». 

In una sua prima intervista alla «Paris Review», Houellebecq decreta la fine dell’Illuminismo e il grande ritorno della religione (l’islam, ma non solo). In quanto pensatore ateo, qual è la sua reazione? 

«Credo che abbia ragione. I suoi romanzi colgono quel che fa l’attualità del nostro tempo: il nichilismo consustanziale alla nostra fine di civiltà, la prospettiva millenarista delle biotecnologie, l’arte contemporanea fabbricata dai mercati, le previsioni fantasticate della clonazione, il turismo sessuale di massa, i corpi ridotti a cose, la loro mercificazione, la tirannia democratica, la sessualità fine a se stessa, l’obbligo di un corpo performante, il consumismo sessuale, eccetera. Quindi, utilizzare i progressi incontestabilmente compiuti dall’islam in terra d’Europa per farne una fiction sull’avvenire della Francia è un buon modo per pensare a quel che è già». 

PORNO CAPITALISMO

Houellebecq descrive una società francese ed europea stanca, affaticata dalla perdita di valori tradizionali. Cosa pensa? L’Europa è condannata, come dicevano i neocon americani? 

«Houellebecq continua a dipingere il ritratto di una Francia post-68. E ha ragione di vedervi un esaurimento, meno in rapporto con il breve termine del Maggio 68 che con il lungo periodo della civiltà giudaico-cristiana che crolla. Questa civiltà è nata con la conversione di Costantino all’inizio del IV secolo, il Rinascimento intacca la sua vitalità, la Rivoluzione francese abolisce la teocrazia, il Maggio 68 si accontenta di registrarne lo sfinimento. Siamo in questo stato mentale, fisico, ontologico, storico. Houellebecq è il ritrattista terribile di questo Basso Impero che è diventata l’Europa dei pieni poteri consegnati ai mercati. L’Europa è morta, ecco perché i politici vogliono farla!». 

La mia impressione, leggendo il libro, è che si finisca per credere alla profezia. In questo sta l’abilità di scrittore di Houellebecq? O la sua previsione è davvero plausibile? 

«È in effetti uno dei talenti di questo libro: il racconto è estremamente filosofico perché è estremamente credibile... Sottomissione rivaleggia con 1984 di Orwell, Fahrenheit 451 di Bradbury, Il mondo nuovo di Huxley. Per me è il migliore libro di Houellebecq, e di gran lunga. La sottomissione di cui diamo prova nei confronti di ciò che ci sottomette è attualmente sbalorditiva. È un altro sintomo del nichilismo nel quale ci troviamo». 


La crescita dei non credenti a livello mondiale è ormai evidente, grazie alla secolarizzazione. Nonostante ci sia ancora un diffuso stigma sociale nei loro confronti, sempre più persone affermano pubblicamente di essere atee o agnostiche.  Diversi studi hanno evidenziato il fenomeno, tra gli ultimi quello del NORC Institute.
A confermare il trend arriva anche la recente ricerca commissionata da RedC Opinion Poll, che fa capo a WIN-Gallup International: 50mila persone intervistate in 57 paesi. Rispetto al 2005, l’indagine ha evidenziato un aumento globale del 9% di persone che non hanno problemi a dichiararsi atee. Che abbia ragione Nigel Barber, quando scrive che entro il 2038 l’ateismo supererà la religione?
Il paese dove c’è una maggiore percentuale di atei è la Cina (47%); seguono Giappone (31%), Repubblica Ceca (30%) e Francia (29%). Nei paesi occidentali della top ten, quali Germania, Olanda, Austria, Islanda, Australia e Irlanda, si aggira intorno al 10-15%.
Indicativo il dato dell’Irlanda, dove coloro che si definiscono ‘religiosi’ risulta sceso dal 59% al 47%. Mentre i ‘non religiosi’ salgono dal 23% a 44%. Probabile effetto dello scandalo pedofilia che ha travolto il clero locale e la perdita di credibilità della Chiesa per come ha gestito (e soprattutto coperto) gli abusi sessuali. Il paese che secondo la ricerca è più religioso è il Ghana, ma non mancano quelli dell’Europa dell’est (Macedonia, Romania) e del Sud America (Perù e Brasile). Il calo di aderenza alla religione è sensibile in tutto il mondo.
Il dato italiano sembra risentire della pervasività della Chiesa cattolica negli spazi pubblici e della messa all’angolo di chi espone punti di vista alternativi. In Italia la crescita di coloro che fanno pubblicamente coming out ateo è infatti meno marcata. Il nostro è sempre meno un paese che può essere identificato come ‘cattolico’, come è emerso da una recente ricerca del Cesnur sulla Sicilia centrale.
Nella scala di religiosità globale elaborato dai ricercatori, l’Italia ha il 73% di persone che si dichiarano religiose. Per la cronaca, si colloca tra Arabia Saudita e Argentina. Secondo il sondaggio RedC, comunque, ben il 15% non si dichiara religioso, percentuale a cui va aggiunto un’8% di atei dichiarati. E non bisogna dimenticare, come risulta da diversi altri studi, che da noi il fenomeno della desiderabilità sociale è assai marcato: ai questionari si tende a dare le risposte che sono considerate socialmente accettabili.
Nella sintesi mondiale, è interessante notare come secondo la ricerca il 23% della popolazione si dichiari ‘non religiosa’ e un altro 13% ‘atea convinta’:  E come non solo la stabilità economica ma anche un maggior grado di istruzione siano legate a una maggiore propensione a definirsi non religiosi o atei. Globalmente, infatti, se ‘solo’ il 7% di coloro che non hanno titolo di studio secondario si dichiara ateo e il 20% non religioso, la percentuale cresce con il diploma (rispettivamente 10% e 23%) e con l’università (19% e 24%). Altro dato interessante: è tra i poveri che il grado di religiosità è più spiccato (fino al 66%), mentre declina tra chi ha un reddito medio-alto (intorno al 50%).
Insomma, sempre meno persone hanno paura a manifestare la propria incredulità o a dichiararsi apertamente atee. 

Storia Della Morte Di Dio


Sai perché sono ateo? Perché lavoro da molti anni come oncologo infantile e preferisco credere che Dio non esista anziché pensare di doverne correggere errori tanto feroci”. 

A parlare così non è Umberto Veronesi e neppure un provocatore di professione alla ricerca costante di “épater le bourgeois”, scandalizzare il borghese. È invece un rispettato medico egiziano che una sera d’estate, in un caffè di Cairo Downtown, ragiona di vita, di morte, dell’aldilà tangibile o presunto, dell’esistenza reale o ipotetica di un ordine trascendente in un mondo che immanentemente ammazza sempre più spesso nel nome di Dio (o meglio, nei diversi nomi di Dio). 

L’ateismo esiste anche nel mondo arabo musulmano. Personalmente ho incontrato uomini e donne che si dichiarano atei al Cairo, a Beirut (in Libano si dibatte), a Ramallah, in Pakistan (paese musulmano ma non arabo), all’interno della comunità islamica belga e di quella francese. Ma l’ateismo, in una società che quando si parla di democrazia fatica a definirsi laica e preferisce le parole “civica” o “civile”, è un tabù forse ancora più ingombrante del sesso, che pure, nella sponda sud del Mediterraneo, blocca parecchie delle strade d’accesso alla modernità. Ipotizzare che Dio/Allah esista o non esista è assai più della scommessa intellettuale di Pascal laddove, come nella Umma musulmana, l’intera organizzazione comunitaria, sociale, politica, poggia sulla religione. 

È per questo che da settimane, sui social network ma anche nel privato della vita reale, si discute animatamente del libro “Arabs without God”, Arabi senza Dio, una raccolta di storie di non credenti che nel 2013 hanno raccontato le loro esperienze al giornalista inglese Brian Whitaker, firma senior del quotidiano The Guardian, di cui è stato a lungo responsabile del Medioriente, e autore del blog Al-Bab. Se ne discute perché in Egitto, nel Golfo, in Libano, in Nord Africa come in Medioriente, dove l’essere considerato infedele si paga fin con la vita, la spinta a porre le domande “indomandabili” cresce (anche grazie a internet). Cresce almeno quanto nell’occidente confuso la richiesta di identità forte (anche religiosa) confluisce nel fenomeno nuovo ma non nuovissimo delle conversioni all’islam. Sullo sfondo (ma neppure troppo) incombe la minaccia del Califfato

In molti Paesi l’ateismo (come la blasfemia e l’apostasia) è considerato alla stregua di un reato: in Arabia Saudita una nuova legge anti-terrorismo minaccia “di giudicare l’ateismo in qualsiasi forma si presenti come un atto di terrorismo” e nell’Egitto del presidente el Sisi, dove con grande preoccupazione delle autorità religiose pare che gli atei siano in aumento (un annetto fa fece scalpore un giornale egiziano che stimava fossero 3 milioni), si vagheggiano piani per “eliminare” l’ateismo dal Paese (ultimamente si sono pronunciati insieme contro l’ateismo la chiesa ortodossa e l’università islamica al Ahzar). 

Il libro ruota tutto intorno all’idea che i musulmani siano esseri umani come gli altri, buoni, cattivi, apatici, ribelli, pronti ad accettare le direttive divine senza fiatare ma anche no. C’è una prima parte in cui gli intervistati spiegano perché non credono più ed è interessante notare come le loro motivazioni siano diverse rispetto agli atei occidentali. Lo scetticismo di tipo scientifico sull’origine dell’universo per esempio, è assai meno rilevante, mente pesa parecchio la sensazione che la giustizia divina non sia per niente giusta e che l’Altissimo sia invece irascibile, irrazionale, prepotente come sono – udite udite - i dittatori arabi e tutti i padri padroni che a gerarchie diverse controllano (e bloccano) la società. Dio insomma, se c’è, schiaccia la volontà dell’uomo ma anche la sua possibilità di progredire. Di più, proprio la difficoltà di affrontare questi temi all’interno della propria comunità religiosa, finisce per allontanare i più “volteriani” dalla fede. 

“Ma come fai anche solo a chiederti se Dio esista o no? Se non esistesse dovremmo pensare tutto da soli cercando le spiegazioni a tutto, organizzarci il futuro, prenderci in mano il nostro destino, giudicare cosa è giusto e cosa non lo è…” osserva, scherzando ma non troppo, un altro egiziano in un altro caffè di Cairo Downtown. 



Laïcitè Inch’Allah («Laicità, se Dio vuole!») è un film della regista tunisina Nadia al Fani. Girato nel 2010, immediatamente prima e dopo la cosiddetta “primavera araba”, racconta gli sforzi di quella parte del paese che si batte per la laicità dello Stato. 

Per il suo impegno la regista è stata minacciata di morte dagli islamisti (tra l’altro la pellicola doveva  inizialmente chiamarsi Ni Allah, ni maître – Né Dio, né padrone), e per questo motivo le è stato assegnato il Prix de la Laïcité 2011.


Girato in Tunisia ai prodromi dell’imminente Rivoluzione dei Gelsomini, movimento popolare di protesta contro l’allora presidente Zine El-Abidine Ben Ali, il film si sofferma sugli interrogativi della classe intellettuale del Paese, più orientata alla laicità, e i contrasti con la religiosità che ancora permeava la società, sollevando l’interrogativo se i mutamenti sociali a venire avrebbero portato a una maggiore libertà e laicità della società o aperto la strada ai fondamentalismi religiosi.
Inizialmente titolato Ni Allah ni maître («Né Allah, né padroni», sulla falsariga del motto anarchico Né Dio, né Stato, né servi, né padroni ), la regista decise di rinominarlo Laïcité, Inch’Allah! («Laicità, se Dio vuole!») dopo le prime proiezioni in patria nel giugno 2011 che avevano provocato polemiche, tumulti, accuse di offesa alla religione e minacce da parte degli esponenti più fondamentalisti dell’islam locale[1], e con tale nuovo titolo fu distribuito in Francia il 21 settembre successivo.
Nadia El Fani iniziò le riprese durante il ramadan del 2010 con l’intento di offrire uno spaccato della società tunisina, divisa tra istanze di laicità, in gran parte appannaggio delle classi più istruite del Paese, e chiusure ideologiche di stampo religioso[2].
El Fani, durante il documentario, non nasconde il suo ateismo, né omette di precisare che il ceto più laico è anche quello meno disagiato economicamente e più anziano, né, ancora, mancano testimonianze giornalistiche di come la religione abbia via via guadagnato influenza nella vita dei giovani appartenenti alle classi meno abbienti. Una seconda parte del film fu girata ad aprile 2011[3] e in essa la regista raccolse le preoccupazioni di coloro che temevano che una nuova costituzione, facente seguito alla deposizione di Ben Ali e al cambio di regime, potesse portare a un maggior peso della religione nella società e alla riduzione di molte libertà personali.
Il film ha suscitato reazioni violente e scomposte, con tumulti di piazza, minacce di morte alla regista, arresti e richieste di censura.


ELOGIO DELLA FOLLIA


Nel romanzo “Ali il Magnifico” (in Italia uscito per Feltrinelli), Léger fa le veci di un “beur” (arabo, in gergo francese) che ha letto Rimbaud e Proust e che dal carcere scrive un libro contro la società occidentale atea coi suoi spot e slogan pubblicitari, contro i media con i suoi miti di successo e del denaro, che eccitano e frustrano al tempo stesso.

In "Langue fantôme”, il saggio dell’editor di Gallimard Richard Millet, è apparso il pamphlet più discusso e attaccato del 2012 sulla “disperazione europea” di fronte al “nichilismo multiculturale”, sulla “perdita di identità”, sulla “denatalità” e l’“irénique fraternité”, "Elogio Letterario di Anders Breivik", l'islamofobo autore della terribile strage di massa in Norvegia. 

Secondo Millet sotto il minareto non c'è soluzione di continuità tra moderazione e terrore, ma solo diversi gradi d’intensità in direzione del califfato. 

Millet sancisce che "il canto del muezzin rappresenta la morte della cristianità”. 

L’ossessione Corano Cioran, Lévi-Strauss, Dantec, Camus e Léger. La grande cultura francese assillata dall’islam Giulio Meotti | 08 Gennaio 2015 


Millet parla dell’uomo europeo come di un “petit-bourgeois métissé et social-démocrate”, un meticcio ideologico, e scrive che il massacro di Breivik non è trionfante, ma “crepuscolare”, ovvero è “la manifestazione derisoria dell’istinto di sopravvivenza della civiltà”.

Le nazioni europee si stanno disintegrando nel relativismo”.

Breivik diventa allora “un rimedio impossibile” mentre il roboante suono del muezzin prende il posto degli antichi canti gregoriani. 

Editor di Gallimard fa di Breivik la vittima della perdita d’identità Per Richard Millet lo stragista norvegese più che il Male decifra il suicidio dell’occidente Giulio Meotti 29 Agosto 2012

IL nuovo totalitarismo del Grande Callifato


I BARONI DI DARWIN

Dal XIX secolo in avanti i capitalisti darwinisti, ritenendo che solo i ricchi e i potenti avessero il diritto di vivere e che i poveri, i deboli, gli storpi e i malati fossero dei "fardelli inutili", cominciarono a giustificare lo sfruttamento, l’intimidazione, i soprusi, la violazione e persino l’uccisione della gente. Non si prevenne o condannò alcuna attività immorale o illegale poiché considerata "compatibile con le leggi della natura".

Questo sistema, basato sull'ateismo e sulla venerazione del Dio Mercato, oggi si chiama "capitalismo selvaggio", o anche "anarco-capitalismo", ed è la causa di quella crisi economica, ormai divenuta permanente, che sta letteralmente uccidendo il popolo del sud dell'Europa, a cominciare da quello della Grecia.

Il capitalismo ha fallito

"Agora": mort de la démocratie

Grecia, boom di malattie mentali


Il divario fra ricchi e poveri continua a crescere a un ritmo sempre più incalzante e si ignorano le condizioni in cui versano i bisognosi. 


Extreme Inequality: half of global wealth held by the 1%


Stando ai dogmi del darwinismo sociale, proteggere e prendersi cura dei poveri e dei bisognosi è una violazione delle leggi della natura: proprio perché considerati come un fardello, non viene assicurato loro alcun aiuto.

Basti pensare all'affamamento del Terzo e Quarto Mondo: l'Occidente imperialista e colonialista ha depredato - e continua a farlo - le risorse dei paesi poveri, lasciati in condizioni di sottosviluppo, in preda alle malattie, alla fame, alla povertà, in barba ai valori del Cristianesimo che dovrebbe animare l'Occidente (compassione, protezione, solidarietà). 

L'affamamento del mondo

La nuova religione del Pd? È il darwinismo sociale


Adam Smith aveva ragione: c’è un grande potenziale di rovina nei governi. La causa della rovina è il debito, sempre crescente e impossibile da liquidare. La dottrina del deficit spending come cura è assurda: non si cresce spendendo e tassando. Più i governi spendono, più l’economia diventa instabile e gravita verso la depressione con costi sociali enormi. Ma è grazie ai deficit che le élite al governo rafforzano la posizione di potere, aumentano i propri privilegi, finanziano la corruzione e alimentano un sistema che, nel caso argentino, si chiama peronismo, nel caso greco cleptocrazia (dal greco: governo del furto). Entrambi rappresentano il culmine della corruzione politica. In tutti gli altri paesi, invece, alimentano un sistema che si chiama oligarchia che dalle prime due forme differisce solo di grado. Porta sempre alla rovina, ma in tempi più lunghi.

Perché gli Stati falliscono 17 febbraio 2015

Swissleaks La Cassaforte degli Evasori


Il capitalismo è sempre predatorio, e prevede il dominio del forte sul debole, del ricco sul povero, delle multinazionali sulla democrazia. 

Nella nostra società, queste idee preconfezionate sono accettate perfino da molti sostenitori del libero mercato, i quali riconoscono la superiorità morale del socialismo, unico depositario dei valori (uguaglianza, giustizia, cooperazione) cui si dovrebbe ispirare l'umanità se fosse virtuosa.


Il bello del capitalismo? La sua superiorità morale 25/07/2014



I PREDATORI DEL SUICIDIO



"Dio ci ha abbandonato. Ho pregato per avere una guida e non ho sentito nulla. Ho supplicato il Signore giorno e notte, e la sola risposta che ho ricevuto è stata un'interminabile processione di morte".
Ricordate il macabro rinvenimento avvenuto il 26 marzo 1997 nella villa di Rancho Santa Fe, un sobborgo residenziale di San Diego, in California? Quel giorno, la polizia, accorsa sul posto in seguito ad una telefonata, si ritrovò di fronte allo spettacolo raccapricciante e nauseante offerto dai corpi di trentanove persone (ventuno donne e diciotto uomini), che si erano suicidate, a gruppi, nel corso della precedente settimana. 

Chi erano? Come ci informa Massimo Introvigne in un suo brillante studio dal titolo Heaven's Gate. Il paradiso non può attendere, erano i membri di un movimento che si faceva chiamare appunto Heaven's Gate ("Porte del Paradiso"), cioè uno dei numerosi culti dei dischi volanti fioriti a partire dagli anni Cinquanta.

Nel futuro ipotizzato da Oppegaard, una malattia spirituale spinge all'auto-distruzione, non è limitata a un gruppo ben definito e circoscritto di individui, ma si diffonde come una pandemia a tutta la popolazione mondiale. È indicata con il nome di Disperazione, ma nessuno ne conosce l'esatta origine. Alcuni l'attribuiscono a "una tossina virale che un terrorista incazzato aveva messo in giro da qualche parte"; altri la individuano in "tutta la gente che è morta su questo pianeta negli ultimi milioni di anni […]. I massacrati, i bombardati, gli impiccati, i torturati, gli squilibrati e i decapitati. Mettete insieme tutte quelle povere anime e otterrete una grande quantità di energia negativa"; altri, come il pastore Jake che si spara un colpo in testa davanti ai suoi fedeli, chiamano in causa l'Autore stesso della vita. 

Anche la cittadina della Florida in cui vive Norman, il protagonista, assieme alla moglie Jordan, è colpita dalla Disperazione. Dopo ogni suicidio, egli vede arrivare, a bordo di elicotteri, degli individui vestiti di nero, i Predatori, che si impossessano del cadavere per trasportarlo in un luogo sconosciuto e per fini ignoti. Norman, aiutato dall'amico Pops, cerca di impedire la sottrazione delle salme nell'unico modo che si è dimostrato efficace, seppellendole cioè in una buca profonda del terreno. Ma un giorno, Jordan, di cui Norman è innamoratissimo, è colpita dalla Disperazione e si suicida. Norman non tollera assolutamente che gli uomini neri gli portino via il corpo e li mette in fuga uccidendone uno. I Predatori giurano vendetta. Non rassegnandosi ad assistere passivamente allo sterminio dell'umanità, il nostro eroe decide di recarsi, assieme a Pops, nella città di Seattle, dove ha sentito dire che uno scienziato, il dottor Briggs, ha creato un antidoto contro la Disperazione.

La crisi che uccide: 45mila suicidi all'anno per la perdita di lavoro

Morire di disoccupazione. Nel mondo 200mila suicidi dopo aver perso il lavoro o per la paura di perderlo o di non trovarlo

I suicidi costano alla Corea del Sud oltre 5 miliardi di euro all'anno


Il nichilismo ateo materialista esitenzialista ha distrutto l'identità del mondo Occidentale creando un abisso spirituale, un vortice anticristico, in cui proliferano la corruzione, il porno-capitalismo, la pornografia, la pedofilia, gli stupri, gli assassinii, la violenza contro le donne e i bambini. È questo il prezzo della libertà. 

Morte di Dio Vs. Guerra Santa

« Liberty for wolves is death to the lambs La libertà per i lupi è la morte degli agnelli » (Isaiah Berlin)


"Homo Homini Lupus" Il Mito Della Libertà




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