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Friday, February 27, 2015

#OPISIS Gli hacktivisti di Anonymous contro la Cyber Jihad



Nei meandri del web, Anonymous annuncia "Jihadisti, il vostro tempo è scaduto, veniamo a prendervi". L'ISIS risponde: "Con le mani sul grilletto, stiamo arrivando a Roma"


L’account ufficiale Twitter dell’operazione #OpCharlieHebdo, riattivato dopo l’iniziale oscuramento da parte della piattaforma americana, ha comunicato questa mattina di avere, nel complesso, oscurato oltre 2000 account social e 200 siti web legati alla propaganda jihadista. «Questo è solo l’inizio – twitta @_OpCharlieHebdo – presto, su Internet, non ci sarà un posto sicuro o aperto all’Isis». L’account ufficiale dell’operazione di contrasto all’Isis (@OpIceIsisOfficial) rivela anche che, durante gli ultimi attacchi, gli hacktivisti di Anonymous sono entrati in possesso di due database di informazioni a partire da altrettanti siti web, che saranno utilizzati per identificare nuovi punti di riferimento per la propaganda online dello Stato islamico.
Un migliaio nella lista nera.
Gli obiettivi social sono ancora oltre un migliaio, circa 900 su Twitter e i restanti su Facebook. Ma la lista è in continua evoluzione e ogni oscuramento è accompagnato dall’aggiunta di nuovi account, all’interno di un’imponente mappatura della rete propagandistica del jihad su Internet. Tra i siti web attualmente nella lista “nera” ne spiccano almeno tre, identificati come “obiettivo importante”, e altrettanti identificati come “obiettivo di prima classe”. Sono siti legati strettamente all’Isis ma localizzati anche in Indonesia, Arabia Saudita e Pakistan. Le propaggini informatiche dello Stato islamico si sviluppano nelle aree di influenza “offline” del jihad, che soprattutto in Pakistan affonda radici ben profonde nel tessuto sociale del Paese.
La lotta “partecipata”.
Cciò che accade sul web è un mondo parallelo. È stato attivato un nuovo account Twitter, che si aggiunge alla galassia di account gestita da Anonymous, che si chiama Controlling Section (@CtrlSec), il quale si occupa di “mostrare” gli obiettivi degli hacktivisti al pubblico. Regolarmente, CtrlSec pubblica i link agli account ritenuti di supporto all’Isis, sia di affiliati e sia di “addetti alla propaganda” e, di conseguenza, al reclutamento. Sono moltissimi e l’obiettivo è spingere la community a segnalarli a Twitter per la rimozione. Così recita la descrizione di CtrlSec: «Questo account è stato progettato per mostrare i sostenitori dell’Isis su Twitter. Fa solo questo. Se debbano essere segnalati o meno è una tua decisione».
L’aiuto degli utenti.Il problema, infatti, è che se gli hacktivisti sono attivissimi nella loro lotta al jihad e nella mappatura della propaganda online, non lo è altrettanto l’utente medio dei social network. Basterebbe infatti segnalare i profili “sospetti” a Twitter (o Facebook) per aiutare Anonymous in questa lotta. Difficile pensare che basti un account Twitter per smuovere le coscienze, ma questa apertura – normalmente le liste venivano condivise, seppure in libero accesso, solo nelle chat di Anonymous – rappresenta un passo in avanti in questa direzione. Chiedere un “aiuto” agli utenti può essere una strada per non confinare la lotta al jihad online soltanto nell’ambiente frequentato dagli hacker.

ANONYMOUS, OSCURATI 200 SITI LEGATI ALL’ISIS  Paolo Morelli  feb 24, 2015


Migliaia di siti e account e un numero rilevante di indirizzi sono stati pubblicati su Pastebin, insieme a un video che certifica l’intenzione di Anonymous di proseguire nella lotta senza quartiere contro i jihadisti e soprattutto i reclutatori


Qui c’è un primo elemento molto singolare da tenere in considerazione: il gruppo ha individuato non tanto i terroristi quanto i siti che fanno propaganda a favore del califfato, utilizzando la forma più aggressiva delle loro tecniche, cioè la pubblicazione di indirizzi mail e di vpn. In pratica, svelando l’identità di moltissimi utenti colpevoli di frequentare questi siti. Che siano terroristi o meno, che siano autenticamente coinvolti o meno (e in quale grado?).

Intelligence contro chiusura

Questo tassello rappresenta un salto di qualità nella battaglia dei cracker legati ad Anonymous, e solleva un paradosso: da un lato molte intelligence ritengono strategicamente sbagliato oscurare i siti degli jihadisti perché sono fonti di informazioni; dall’altro, Anonymous sta facendo alla sua maniera quel che molti governi (compreso quello italiano), sembrano intenzionati a fare nelle prossime settimane: oscurare i siti di propaganda e segnalare l’eventuale vicinanza ideologica di persone residenti in Occidente imputabili di un’attività di reclutamento o propaganda politica.

Facile immaginare la scivolosità di questo terreno. Anonymous è una forza non controllabile, senza un centro, che oggi se la prende con l’Isis mentre domani con un governo o con una società privata. Giusto ricordare l’unico principio che sottende le sue azioni -il rispetto della libertà di espressione. 

Mi dicevano che avevo scritto un libro su cyber terroristi. Oggi scopro che sarebbero invece i nuovi eroi dell'Occidente. #Anonymous #ISIS
Carola Frediani (@carolafrediani) February 9, 2015

Anonymous contro Isis Marco Viviani

'Dentro Anonymous': testimonianze e retroscena nell'ebook di Carola Frediani 1 dicembre 2012

L’ultimo della lista è stato il Cyber Califfato (CyberCaliphate), la presunta crew di hacker pro-Isis che ha firmato le azioni di hacking più significative sul fronte della cyber jihad. In particolare l’intrusione, lo scorso gennaio, nell’account Twitter del Comando Centrale delle forze armate americane (@centcom). Azione per altro puramente dimostrativa e che non sembra essere stata accompagnata da una violazione seria dei militari statunitensi.
Il gruppo si sarebbe rifatto vivo due giorni fa violando l’account Twitter di Newsweek, e poco dopo quello della moglie di un militare – violazione accompagnata da alcune minacce rivolte alle famiglie dei militari Usa.
Un giornalista americano, Matthew Keys, ha affermato che dietro la sigla CyberCaliphate – piuttosto sfuggente online, anche se ha un sito dove ha raccolto le sue “imprese” – ci sarebbe un solitario hacker algerino, non direttamente connesso all’Isis. Keys, che vanta certamente una discreta conoscenza del panorama hacker e hacktivista (al punto da aver avuto anche guai giudiziari perché accusato da un informatore di aver passato ad Anonymous le credenziali di un sito di informazione successivamente violato), sembra essere giunto a questa conclusione da una analisi dei profili social di alcuni gruppi e individui, nonché da una chat avuta con un collettivo noto come Team System DZ, da cui il “lupo solitario” digitale del CyberCaliphate sarebbe originato. Team System sarebbe infatti una crew di algerini e giordani, che in passato ha mostrato solidarietà allo Stato islamico, inclusi alcuni messaggi che sono stati usati anche dal Cyber Califfato per firmare le sue azioni, in particolare la frase: “I Love You ISIS”.
Il CyberCaliphate sarebbe dunque, secondo Keys, un hacker uscito da questo gruppo, senza particolari legami con lo Stato islamico. La tesi di Keys, finora non suffragata da altri elementi, non convince l’esperto di sicurezza informatica e terrorismo noto online come Dr. Krypt3ia. “Non ha presentato elementi concreti per questa attribuzione”, dice Krypt3ia (nella vita Scot Terban) a Wired. “Inoltre questi hacker algerini non scrivono bene l’inglese come invece sembrava fare il CyberCaliphate”.
La ricerca dei “capi” dei gruppi hacker pro-Isis sembra essere divenuto, ultimamente, uno sport molto gettonato e praticato, oltre che dai servizi di intelligence, da hacktivisti e giornalisti. Con risultati, però, alterni. E circostanze alquanto fumose.
Ad esempio si sta parlando di un presunto leader hacker Isis italiano (così almeno è stato tratteggiato sui media, a partire da un lancio Agi). Di cui però mancano del tutto i dettagli. L’unico dato certo è che la fonte della notizia sarebbe qualcuno di Anonymous. Il dubbio è che il riferimento possa essere a un paio di profili Twitter, dove compariva, insieme alla maggioranza dei messaggi in arabo, anche qualche tweet in italiano, tra cui un volantino scritto in un italiano approssimativo sui Lupi solitari, e dove erano postati alcuni articoli di giornali italiani. 
Altri hacktivisti internazionali, contattati da Wired, tra cui l’admin di @OpIceIsis1 nonché operatore del canale di chat dedicato su AnonOps, hanno spiegato che starebbero sì tracciando le identità online di alcuni sysadmin pro-Isis, ma che non avrebbero dettagli sulla loro nazionalità. 
Qualche giorno fa, invece, sempre alcuni account di Anonymous impegnati nella campagna contro l’Isis – di cui abbiamo scritto, con un primo reportage qua; e poi ancora, facendo il punto sullo stato effettivo delle azioni, qua; campagna che ha rilanciato in questi giorni una serie di video tradotti in varie lingue – avevano postato su Twitter le foto, l’identità e il numero di telefono di un giovane tunisino, presunto amministratore di alcuni siti pro-Isis nonché membro del Fallaga Team, crew hacker islamista tunisina.
Il giovane, noto online come @badshark1 – e sempre che sia corretta l’attribuzione fatta dagli Anonymous – anche fosse davvero membro del Fallaga Team, difficilmente potrebbe essere indicato però come uno dei capi delle strategie cyber dell’Isis. Di questo è convinto anche Dr.Krypt3ia, secondo il quale il ragazzo individuato non sarebbe affatto un leader, dice interpellato da Wired. Del resto il Fallaga Team è solo una delle tante crew islamiste che hanno partecipato attivamente a opFrance, una campagna contro i siti francesi e la reazione occidentale a Charlie Hebdo. Ma gran parte di questi gruppi di hacker, per quanto antioccidentali, non solo non hanno connessioni dirette con l’Isis, né sono necessariamente sovrapponibili a quelle posizioni ideologiche, ma non esprimono neppure particolari abilità tecniche.
Sta di fatto che il 10 febbraio, secondo quanto riporta la testata Radioexpressfm, le autorità tunisine avrebbero arrestato 6 membri del Fallaga Team con la legge antiterrorismo. Ma sono davvero dei cyberjihadisti? C’è ad esempio chi, in Tunisia, pensa che gli arrestati siano solo dei cyberpirati come tanti con tendenze islamiste. E chi – come Marouen Jeddah, direttore dell’Observatoire des Droits et des Libertéte – pensa che, anche a causa delle attuali leggi antiterrorismo tunisine, potrebbero non avere un giusto processo, ed essere giudicati, più che per le loro azioni, per le idee presunte.
Sebbene opFrance, la campagna cui ha partecipato, fra gli altri, anche il Fallaga Team, sia stata ampiamente pubblicizzata dagli stessi hacker, sui social media e sui giornali, il suo impatto effettivo è stato basso, come ci ha confermato Florian Gaultier,security engineer a SCRT France.
Per capire come questi fenomeni siano a volte sopravvalutati basti pensare alle cifre diffuse dai media su opFrance, che parlavano di 19mila siti hackerati. Questa cifra, diffusa originariamente da un blog francese e ripresa da Arnaud Coustillière, numero uno per la cyberdifesa dello Stato maggiore, e poi da molti giornali, non solo ha lasciato increduli gli esperti di cybersecurity, come lo stesso Gaultier, ma è contraddetta dalla stessa ANSSI, l’agenzia nazionale per la sicurezza dei sistemi informativi. Quest’ultima, via mail, ci ha confermato che il numero di siti colpiti sarebbe intorno ai 1300.
Per la cronaca andrebbero anche ricordati i Lizard Squad, che a un certo punto erano stati bollati come jihadisti, ma che, da quanto è emerso finora, erano e sono più probabilmente dei giovani in cerca di visibilità. L’attenzione verso la cyber jihad si presta ad essere sfruttata da chiunque cerchi facile risonanza. O voglia dissimulare la propria natura. C’è anche chi sostiene che dietro i CyberCaliphate ci possa essere qualcuno dei Lizard.
Finora, l’unico hacker con un background degno di nota, e che è considerato davvero “embedded” nello Stato islamico, è sempre il britannico Junaid Hussain, di cui abbiamo scritto qua in passato. Noto come Trick e fondatore della crew TeaMp0isoN, aveva hackerato l’entourage di Tony Blair. Ora sarebbe in Siria, dove si è anche sposato. Alcuni analisti sospettano che lui potrebbe avere a che fare con il CyberCaliphate. O che almeno potrebbe averne le capacità. “È l’unico hacker con un gruppo potenziale di compatrioti che potrebbe creare una crew”, dice a Wired Dr.Krypt3ia.
Hussain su Twitter è stato una specie di primula rossa. Il suo account – con alla base il nick AbuHussain – è stato chiuso ed ha riaperto centinaia di volte con lievi differenze. Da qualche tempo però era scomparso dai radar. Ma due giorni fa – ha notato Wired – è ricomparso un account che potrebbe essere il suo. “Potrebbe sì, alcune cose corrispondono”, dice Krypteia. ”Staremo a vedere”.

Tutti pazzi per gli hacker dell’Isis Carola Frediani 
febbraio 13, 2015

Isis, anonymous smaschera l'amministratore della propaganda jihadista: è un italiano 11 febbraio 2015

Anonymous claims victory over jihadi Twitter accounts in #OpIsis 10 February 2015

La propaganda del terrore nel frattempo non si ferma. "Con le mani sul grilletto, stiamo arrivando a Roma": l'ultima minaccia diretta all'Italia arriva da un account Twitter legato agli jihadisti libici. Poi due foto: la prima ritrae un combattente armato, davanti al mare, che guarda il Colosseo sullo sfondo. Sul monumento sventola la bandiera nera di al Baghdadi. Una scritta recita l'Isis "dalla Libia sta arrivando a Roma". Nella seconda invece è disegnato il gasdotto Greenstream che da Wafa in Libia arriva a Gela, in Sicilia. Si tratta di una delle principali linee di rifornimento energetico dell'Italia. Non è la prima volta che si è diffusa la notizia che l'Isis punta sulla Capitale. Solo giovedì scorso, su Twitter, l'Isis aveva lanciato un nuovo hashtag "Stiamo arrivando a Roma" - #We_Are_Coming_O_Rome. E ancora lunedì quando gli jihadisti avevano minacciato di essere ormai alle porte della Capitale. Ma le prime avvisaglie sono partite a gennaio, dopo l'attacco terroristico di Parigi, quando il portavoce degli jihadisti dello Stato islamico, Mohammad al-Adnani, aveva accennato a un "appuntamento a Roma". L’account jihadista che ha pubblicato foto e comunicato è inserito nella "black list" del collettivo "hacktivista" Anonymous, che all’indomani della strage di Parigi nell’attacco a Charlie Hebdo, ha lanciato #OpIsis per "spegnere" il network online dello Stato islamico. Centinaia gli account sui social network oscurati o "messi a nudo", così come decine di siti web o indirizzi di posta. Difficile stabilire se l’odierna minaccia mediatica sia collegabile a obiettivi precisi e concrete. È la prima volta che nella propaganda jihadista la bandiera nera viene issata sul Colosseo invece che non sul Vaticano, tradizionale "bersaglio" dell’Isis.

Terrore in Iraq. La propaganda dell'Isis è tornata a diffondere immagini dei prigionieri degli jihadisti, stavolta 21 peshmerga curdi rinchiusi in gabbie e fatti sfilare in parata per le vie di una città della provincia di Kirkuk, in Iraq. Il video, rilanciato dal sito di intelligence Site, mostra i pehmerga con le famigerate tute arancioni mentre vengono interrogati da dietro le sbarre da un comandante, apparentemente anche lui curdo. Le gabbie dei peshmerga, che ricordano quella in cui fu arso vivo il pilota giordano Muadh al-Kasasbeh, vengono poi caricate a bordo di pickup e fatte sfilare come una gogna per le strade della città, davanti a una folla eccitata. Il filmato sembra il preludio a una nuova esecuzione di massa, ma le immagini si interrompono prima che si possa vedere cosa accade ai prigionieri.


Isis, su Twitter nuove minacce a Roma 22/02/2015

I falsi video dell'ISIS

LO SCEMPIO - I militanti del gruppo Stato islamico hanno pubblicato online un filmato in cui si vedono alcuni estremisti che nel nord dell'Iraq distruggono una serie di antiche statue e sculture dal valore inestimabile, risalenti all'antica Assiria. Per distruggere i reperti, alcuni dei quali datati al VII secolo avanti Cristo, i militanti hanno usato martelli e trapani, affermando che gli oggetti erano simboli di idolatria. "Il profeta ci ha ordinato di eliminare statue e reliquie, così come fecero i suoi compagni quando conquistarono nuove terre per lui", dice un uomo non identificato nel video. Apparentemente i reperti distrutti provenivano dal museo di antichità di Mossul, città conquistata dallo Stato islamico lo scorso giugno, ha detto a Reuters un impiegato del museo.

ISIS destroys priceless, centuries old Iraqi artifacts 26 February 2015

Isis, Jihadi John: il londinese medio e riservato diventato macellaio in Siria

Sono passate soltanto poche ore dalla condanna all'omicida di Chris Kyle, il soldato Usa che ha ispirato il film "American Sniper", e i jihadisti pubblicano un video su quello che definiscono come il loro miglior cecchino. Il filmato diffuso, lungo tre minuti, monta ad arte vari momenti nella giornata di un tiratore scelto al servizio dell'Isis. Non viene però sparato neanche un colpo, nonostante vengano ripresi il mirino e un fucile di precisione.

Una regia sapiente, quella dei jihadisti, alla quale abbiamo deciso di non fare più da cassa di risonanza mediatica. Le notizie saranno comunque trattate - con foto e/o fermo immagine - e raccontate nei loro contenuti, ma senza dare più spazio ai filmati prodotti e diffusi dall'Isis.  

Il Direttore di RaiNews24Monica Maggioni, ha spiegato così la scelta di non pubblicare più i video di propaganda dell'Isis.



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