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Tuesday, February 24, 2015

WHO CONTROLS THE INTERNET?


Intervista via email di Fabio Iannazzone, 23 aprile 2007




Buonasera, la ringrazio per la disponibilità offertami e le invio la traccia dell'intervista di cui le avevo parlato. Cordiali saluti. Fabio Iannazzone


1.  Come definisce l’Internet governance?
  
È il tentativo da parte dei "poteri forti" di imbrigliare le maglie della rete, che, per la natura particolare della sua struttura, rende molto difficile, se non impossibile, ogni tentativo di esercitare forme di controllo totalitario.

2. Quali sono secondo lei le questioni fondamentali di cui si occupano o si dovrebbero occupare le strutture di governance dell’Internet?

Premesso che una regolazione è necessaria, come in tutte le opere figlie della cultura umana, la questione fondamentale che pone l'internet governance è quella della democrazia elettronica, che, in pratica, non è altro che una guerra di informazione. Mettendo da parte gli entusiasmi ciber-libertari della prima ora,  bisogna prendere coscienza del fatto che il futuro di internet, e la possibile effettiva realizzazione di una reale democrazia elettronica, dipenderà strettamente dagli esisti della guerra di informazione - giuridica, informatica, tecno-sociale - che tutti siamo chiamati a combattere.  In primo luogo, bisogna opporsi duramente all'attuale modello di Internet Governance, che prevede la gestione unica, privata, da parte dell'ICANN, oppure al modello di "grande muraglia" digitale cinese. Occore proclamare con forza che la rete è un bene comune dell'umanità e come tale deve essere regolamentato, non come fonte di business o strumento di controllo tipo "grande fratello" telematico.  Lo afferma anche il W3C quando parla di "Web for Everyone": "The social value of the Web is that it enables human communication, commerce, and opportunities to share knowledge. One of W3C's primary goals is to make these benefits available to all people, whatever their hardware, software, network infrastructure, native language, culture, geographical location, or physical or mental ability."

3.  Come vede l’ingerenza dello Stato nella regolamentazione di Internet?


È normale, dato che internet, di fatto, annulla il concetto di Stato, poiché è un medium che deterritorializza, o riterritorializza, radicalmente i flussi, come direbbero Deleuze e Guattari, nel senso che non è più legato ad un territorio fisico. Lo Stato non esiste più, esiste un Villaggio Globale che grazie a internet potrebbe arrivare perfino ad auto-regolamentarsi, facendo anche a meno dei politici. 
 

4.  Qual è la differenza fra Europa e Stati Uniti in merito a temi quali la questione dei nomi a dominio, la privacy e il copyright?

Esistono ancora differenze locali che dipendono dagli interessi locali e dalle forze locali, ma il progetto di dominio è globale, transnazionale, neo-imperialista, come direbbe Toni Negri, immanente, per dirla filosoficamente. Un progetto che punta sull'anarco-capitalismo (o neo-liberismo selvaggio che dir si voglia) e sulla "complicità" da parte del  "sistema" giuridico-legislativo. Ne è riprova il compromesso raggiunto lo scorso novembre a Tunisi, nel World Summit on the Information Society, dove si era partiti dalla "ricerca di un “nuovo modello di cooperazione”, e si è finiti col riconsegnare agli USA l’ultima parola sulla root authority del Domain Name System. In questa guerra, il peso internazionale dell'Unione Europea, di fatto vassalla degli Stati Uniti, è ancora molto ridotto. 

Tim Wu e Jack Goldsmith, in "Who Controls the Internet?", volume apparso in primavera presso Oxford University Press, definiscono il compromesso tunisino come  «l’ultimo episodio nella battaglia per il controllo del sistema dei nomi di dominio, che a sua volta fa parte della guerra più ampia per il controllo di internet». Il testo ripercorre, sintetizzandola, la storia di oltre un decennio di vita di Internet, dove l’iniziale «illusione di un mondo senza frontiere, auto-gestito e indipendente dai governi nazionali», ha dato invece posto all’odierna frantumazione e localizzazione della Rete, in cui «la geografia e la pressione governativa rivestono un’importanza fondamentale».

5.  Come si contrasta il digital divide?

Di soluzioni ce ne sarebbero tante, ma manca la volontà. Il digital divide di fatto serve a mantenere i paesi arretrati in posizione subalterna così che si possa continuare a sfruttarli. Basti pensare a tutti i computer che ogni anno vengono buttati  (e che producono anche inquinamento) dai ricchi e opulenti occidentali che passano al modello successivo e che potrebbero benissimo essere utilizzati nei paesi del Terzo Mondo.

6. Che ruolo ha assunto il governo italiano nelle questioni più spinose dell’Internet governance?

Le leggi votate dal nostro Parlamento si sono distinte  per scarsa conoscenza dell'argomento e scarsa comprensione dei meccanismi della rete, nonché per l'assenza di dialogo con i gruppi e gli utenti della rete (vedi la Legge Urbani). Il primo tentativo di costituire una occasione istituzionale di dialogo è stato il Tavolo di Discussione sul WSIS messo in piedi dal Ministro dell'Innovazione Stanca nel 2004. Con il nuovo governo, ad esso è seguito il Comitato Consultivo sulla Governance di Internet, coordinato da Stefano Rodotà. In parallelo, sono state aperte varie consultazioni online da vari ministeri. Ma l'effettivo impatto di tutto questo sulle politiche pubbliche per Internet è però ancora tutto da realizzare. «Ciò che manca in Italia, soprattutto per Internet», dice Luca Conti, animatore del blog Pandemia, «è un ascolto vero e un'azione decisa e competente per superare gli ostacoli verso la società digitale».

7.  Come vede il futuro dell’Internet governance?

Dato che la questione investe il futuro di tutti, a livello globale, proporrei di affidarla ad un referendum globale, che costituisca anche il primo esperimento post-politico di democrazia diretta on-line


8. C’è speranza per un diritto globale e riconosciuto dalle organizzazioni internazionali?

La Storia insegna che ciò che viene riconosciuto sulla carta, poi, sistematicamente, viene tradito dai fatti. E, quel che è peggio, i responsabili raramente pagano per le loro colpe. Non c'è da sperare ma da combattere.

9.  Mi suggerisce di intervistare un altro esperto nel settore?

Potresti provare a sentire Vittorio Bertola, esperto di servizi Internet e membro del Comitato, oppure Stefano Rodotà, il primo garante della privacy in Italia che ha appena pubblicato il libro "Privacy e Libertà".


  10. Perché la Naming Authority italiana non è riuscita a trovare un  proprio assetto istituzionale?

Ma perchè era stato concepito in modo "troppo" democratico. La democrazia reale costituisce la più grande minaccia per i poteri costituiti, anche per quelli, come il nostro, "pseudo-democratici", retti da una ristretta oligarchia a carattere mafioso.









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