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Tuesday, March 24, 2015

Il Paradosso del Dragone: il Capitalismo Predatorio (Nazi) Comunista

La vicenda Pirelli ha un valore paradigmatico. La sua acquisizione da parte di Chem China rappresenta la definitiva uscita dal Novecento industriale italiano. E l'ingresso nelle nuove mappe del capitalismo predatorio globalizzato




Pirelli diventa cinese. 

Chiuso l'accordo che consentirà l'ingresso di ChinaChem in una newco insieme a soci italiani e russi. E i sindacati alzano le barricate chiedendo l'intervento del Governo. "Impressionante il silenzio del Governo, Capitalismo italiano incapace di reggere competizione e governo privo di politiche industriali". Sono queste le prime reazioni dei segretari generali di Uil, Cisl e Cgil, Carmelo Barbagallo, Annamaria Furlan e Susanna Camusso, di fronte all'acquisizione. "La vendita di un pezzo pregiato del nostro sistema industriale, quale è Pirelli, a capitali stranieri non sarebbe in sè un dramma se il capitalismo italiano fosse in grado di reggere le sfide della competizione internazionale e il governo avesse una politica industriale capace di indirizzare e tutelare le energie produttive che pure esistono in Italia". 

L'operazione prevede la creazione di una Newco partecipata da ChemChina al 50% più uno e dagli attuali soci di Camfin, che sottoscriveranno la loro quota. La newco acquisterà la partecipazione in Pirelli a 15 euro per azione (quasi 1,9 miliardi di euro,ndr) e lancerà l'Opa sul 100% della Bicocca, sempre a 15 euro, per 7,13 miliardi di controvalore, senza contare le azioni di risparmio (12,25 milioni, pari al 2,51% del capitale). Se l'offerta dovesse avere completo successo la quota in portafoglio ai cinesi salirebbe al 64 per cento.

"È l'ennesima sconfitta per il nostro capitalismo finanziario, incapace di difendere i marchi storici italiani e di investire nelle aziende di grande qualità del nostro paese. Nel caso della Pirelli ora la cosa importante è che la sede, la tecnologia e le produzioni restino in Italia". Così il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan.

"Chiederemo come sindacato garanzie precise al nuovo gruppo che siano garantiti gli investimenti e soprattutto l'occupazione - afferma Furlan. La Pirelli è un marchio storico radicato per il nostro paese, di grande qualità e molto competitivo sui mercati internazionali. L'operazione finanziaria che ha portato il gruppo milanese in mano al colosso China national chemical Corporation deve significare una opportunità per il rilancio dell'industria manifatturiera e non lo smantellamento. Certo è impressionante il silenzio del Governo, della politica e della classe dirigente di fronte a queste operazioni finanziarie che riguardano il futuro produttivo del Paese".






Per Giuseppe Berta, professore di storia contemporanea alla Bocconi, autore del recentissimo "La via del Nord. Dal miracolo economico alla stagnazione" (Il Mulino), Milano ha perso la grande industria, non esprime più l'efficienza dell'amministrazione, non rappresenta più l'avamposto di quella che è stata la questione settentrionale.

Cosa significa, per Milano e per l'Italia, una Pirelli controllata dai cinesi?
"È un ulteriore tassello che si aggiunge al mutamento della configurazione strutturale di Milano: la Pirelli ai cinesi, i grattacieli agli arabi del Qatar. È il segno di un'Italia che possiede cose da vendere. Questa però non è attrazione degli investimenti. Attrazione degli investimenti vuol dire partecipare ad attività economiche promosse dall'Italia, qui siamo di fronte alla mera alienazione di parti del nostro apparato manifatturiero".

Tronchetti resterà alla guida del gruppo fino al 2021. Non è una garanzia perché l'headquarter rimanga in Italia?
"Dal punto di vista di una prospettiva economica di mediolungo periodo, il 2021 è dietro l'angolo. Noi siamo immersi in una fase di turbolenza degli assetti capitalisti. Non c'è nulla di garantito. E possiamo stare certi che i cinesi si giocheranno tutte le loro carte".

Dunque, abbiamo già perso un altro tassello della nostro industria?
"Al momento abbiamo perso il controllo di un pezzo di industria italiana. Così aumenta la precarietà della struttura economica del nostro Paese. Ma d'altra parte io davo per scontata la cessione di Pirelli ai russi di Rosneft. Quell'operazione fu raccontata come un passaggio di Pirelli verso una public company. Ma non era vero. Ora l'arrivo dei cinesi non mi genera alcun stupore. Certo, noto un'accelerazione di mutamento dovuta al fatto che siamo un Paese che ha ancora tanti asset industriali e che subisce gli effetti di una drammatica caduta dell'economia. Quest'anno il Pil italiano dovrebbe crescere dello 0,6% contro l'1,3% dell'eurozona. Vuol dire che se noi cominciano a camminare, gli altri stanno correndo".

Ma se Milano e il Nord perdono la capacità di spingere lo sviluppo del Paese, qual è il nostro futuro industriale?
"Stiamo assistendo alla destrutturazione degli assetti economici dell'Italia. Pensi all'operazione di Landini: è solo una via di fuga, chiudere gli occhi di fronte alla propria crisi e giocare la carta del movimento sociale. È la cultura industrialista della Fiom? Stiamo assistendo a uno sfarinamento della società nella quale non si assiste più a movimenti unitari. La grande impresa, pubblica e privata, ha tenuto insieme il Paese".

Vuol dire che senza grandi imprese si indebolisce anche l'unità del Paese?
"Esattamente. Siamo un Paese senza una prospettiva autonoma di sviluppo".

Un "nobile decaduto" che vende le sue proprietà?
"Non è tanto questo il punto. La verità è che le nostre medie imprese non riescono a fare massa critica. Avremmo bisogno di un numero di medie imprese almeno dieci volte superiore a quello attuale e con un fatturato che arrivi ai due miliardi di euro. Questo permetterebbe alle nostre medie aziende di esercitare un'influenza sul Paese".

È la classe politica la responsabile di questo declino?
"Credo che sia venuto meno il rapporto di interazione tra politica, economia e amministrazione. La vicenda Lupi, l'unico (ex) ministro milanese nel governo, è emblematica da questo punto di vista: la burocrazia che si appropria dell'agenda della politica. Qui c'è lo smarrimento del Nord. Il Nord è scomparso dal linguaggio della politica, anche la Lega ha ormai abbandonato la questione settentrionale".





Una delle principali icone del Made in Italy nel mondo, il colosso industriale specializzato nella produzione di pneumatici fondato 142 anni fa in una Milano che cercava di farsi riconoscere come uno dei motori principali della Rivoluzione Industriale del Vecchio Continente, è ormai cinese. La formalizzazione dell'operazione "Chem-China" è arrivata con la conferma da parte di quest'ultima della volontà di sborsare 7,1 miliardi di euro per l'acquisizione parziale di Pirelli, operazione con cui China National Chemical Corporation si è automaticamente trasformata nel socio di maggioranza assoluta del Gruppo..

Chem-China si è mossa tramite la sua controllata China National Tire&Rubber, autorizzandola a firmare un accordo vincolante per una  partnership industriale di lungo termine con Camfin, azionista di punta del colosso dei pneumatici, con una partecipazione del 26,193%. Il completamento del riassestamento che sposterà definitivamente Pirelli in mani cinesi, invece, è stato previsto per l'estate.

Chem-China è un colosso da 244 miliardi di yuan di fatturato, pari a circa 36 miliardi di euro. Nella classifica delle principali aziende chimiche mondiali e in quella dei colossi industriali cinesi è al 19esimo posto, in quella internazionale stilata da Fortune al 355esimo, con ottime potenzialità di crescita. Del resto, è giovanissima. Creata nel 2004 come nuova estensione della Sasac (State-owned Assets Supervision and Administration Commission), commissione che gestisce una grossa fetta delle aziende di stato cinesi, nelle mani del presidente Ren Jianxin ha aperto nuovi stabilimenti di produzione e di ricerca e sviluppo in 140 diversi paesi, senza considerare le decine di società che controlla ai quattro angoli del globo e i 24 istituti di ricerca e design che sta cercando di trasformare nella rampa di lancio per la sua prossima rivoluzione. Quella con cui Chem-China realizzerà il suo motto: "chimica tradizionale, materiali avanzati".

I settori di punta del colosso cinese sono sei: materiali chimici di base e innovativi, lavorazione del petrolio, agrochimici, apparecchiature chimiche e gomma. La Repubblica popolare sa benissimo che, oggi, la forza industriale di una nazione è direttamente proporzionale alla sua capacità di innovare. Ecco perché ha creato un'azienda come Chem-China e le ha suggerito di specializzarsi nei settori di punta della chimica contemporanea. Ed ecco perché, consapevole delle proprie limitazioni in termini di ricerca e sviluppo, le ha dato i mezzi per ottenere il controllo di quelle aziende che avrebbero potuto aiutarla a colmare questa lacuna. Non è quindi un caso che la prima acquisizione risalga al 2005, quando Chem-China si è impossessata della francese Adisseo, leader nel mercato degli additivi nutrizionali e dell’australiana Qenos, specializzata nella lavorazione di polietilene e polimeri. La corsa è continuata nel 2011 con la norvegese Elkem, forte sul campo dei siliconi e delle leghe speciali, e con la formalizzazione di una quota del gruppo israeliano Makhteshim Agan, sesto produttore mondiale di pesticidi. Oggi è stato il turno di Pirelli, ma considerando che sul piano del know-how Chem-China continua ad avere qualche settore scoperto, è certo che le acquisizioni continueranno.
Il colosso italo-cinese avrà ora molte più opportunità per aumentare il proprio fatturato nei mercati in cui i cinesi hanno già consolidato la propria presenza. Tuttavia, il vero vincitore di questo accordo è Pechino. Che piano piano, e sfruttando le debolezze altrui, sta riuscendo ad affermarsi su mercati che fino a qualche tempo fa sarebbero stati per lei inaccessibili.  
L'operazione di Chem China su Pirelli è l'ulteriore prova del nuovo confronto fra grandi aggregati politico-territoriali, in cui il nuovo soggetto forte della globalizzazionela Cina – sceglie di assimilare pezzi tecnologici e manifatturieri occidentali, secondo scelte di politiche industriali a cui invece l'Unione Europea – lacerata da micro politiche nazionali - non riesce a replicare. 

Qualcosa che, dunque, riguarda tutta l'Europa. 

«Questo episodio – riflette Franco Amatori, decano degli storici economici della Università Bocconi – si iscrive in una vicenda di lungo periodo in cui la spinta a crescere sui mercati esteri, essenziale fin dagli anni Cinquanta vista la piccola dimensione del mercato italiano, ha sempre avuto un freno in due caratteristiche del nostro capitalismo nazionale: l'ansia di controllo della famiglia fondatrice sull'impresa e i mezzi finanziari inferiori alle ambizioni».

Franco Amatori, che ha avuto modo di raccogliere la testimonianza di Leopoldo Pirelli poco prima della sua scomparsa otto anni fa e che poi ha avuto accesso al suo archivio, ricorda il passaggio a vuoto del 1971. Allora si arrivò a pochi centimetri dalla fusione fra Pirelli e Dunlop. In quel passaggio storico Michelin aveva il predominio commerciale e tecnologico. L'operazione Pirelli-Dunlop aveva una significativa ragione industriale: i prodotti erano complementari. Ma Dunlop aveva un azionariato diffuso.

Era una public company. «Leopoldo – rammenta Amatori – non se la sentì di vedere la sua quota diluita in una nuova impresa in cui avrebbe faticato non a comandare, ma anche solo a determinare l'indirizzo strategico». C'è la questione del desiderio del controllo. E c'è il tema dei soldi. Ai Pirelli e alla Pirelli degli anni Settanta e Ottanta - «assolutamente centrali nel sistema di Mediobanca», secondo Giandomenico Piluso, docente di Storia di impresa all'Università di Siena - non si attaglia il giudizio severo che, su quel mondo ormai prossimo all'autunno, avrebbe formulato nel 1991 Napoleone Colajanni nel saggio pubblicato da Sperling & Kupfer “Il capitalismo senza capitale”. Ma, di certo, Leopoldo comprese la differenza delle regole e delle misure in gioco quando nel 1988 provò ad acquisire negli Stati Uniti la Firestone. Un mondo – fra Akron in Ohio, Chicago e Wall Street – in cui non valeva la frase di Enrico Cuccia «le azioni si pesano, non si contano». 

Il tentativo di scalata fallì per l'offerta dei giapponesi di Bridgestone, di gran lunga migliore sotto il profilo finanziario. Il tema della capacità finanziaria al servizio dell'espansione internazionale – cruciale in ogni periodo storico, anche quando i mercati erano più chiusi come negli anni Ottanta – rappresenta una continuità di lungo periodo per la Pirelli, che in questo appare davvero paradigmatica della fisiologia del nostro capitalismo. Fra il 1990 e il 1991 l'impresa italiana imposta una scalata alla ContinentalUna operazione che non ha una origine ostile. «Dopo una fase iniziale positiva – sottolinea Amatori – i negoziati prendono una brutta piega non soltanto quando Pirelli mostra di volere comandare non rispettando il principio di condivisione del potere proprio del capitalismo renano, ma soprattutto quando la proposta finanziaria viene formulata parte in denaro e parte conferendo la Pth, la holding quotata ad Amsterdam che racchiudeva delle attività internazionali. A quel punto, il sistema tedesco, formato in particolare da Deutsche Bank, da Volkswagen e da Bmw, dice no». 

Nella continuità di lungo periodo, gli anni Novanta e gli anni Duemila sono stati segnati sul piano micro dalla leadership familiare e societaria di Marco Tronchetti Provera che, nonostante il vulnus rappresentato dall'investimento in Telecom Italia, ha perversato in Pirelli nella strategia di risanamento e di sviluppo, di razionalizzazione delle procedure e dei processi interni e di internazionalizzazione. Questa consistenza industriale ha fatto il paio con il binomio formato dal controllo della società attraverso catene societarie e dalla ricerca di investitori in grado di apportare, appunto, nuovi capitali. Una ricerca di nuovi capitali, all'interno delle ragioni e degli interessi sia della famiglia che dell'impresa, che alla fine ha appunto portato all'arrivo dei cinesi. 

Invece, sul piano macro, nella dialettica fra particolare e generale fra gli anni Ottanta e gli anni Novanta in Europa è successo qualcosa i cui effetti perdurano ancora oggi. E che mostrano le cause dell'assenza di una risposta sistemica europea – di qualunque genere, beninteso - di fronte a una Cina che procede, rispettando le regole del mercato, come un cingolato, in questo come in altri casi. Fra il 1985 e il 1994 Jacques Delors da presidente della Commissione Europea prospettò la necessità di politiche industriali comunitarie. «Il suo consigliere Alexis Jacquemin – nota Franco Mosconi, docente di Economia industriale all'Università di Parma – dimostrò che era necessario abbandonare politiche industriali difensive su base nazionale. I singoli Stati preferirono, invece, procedere in autonomia. Il risultato è che, oggi, manca una politica industriale comunitaria, all'interno della quale si muovano i grandi gruppi industriali come Pirelli, che non sono italiani, ma europei». Che non erano italiani, ma europei, viene da dire. Dato che, ora, sono cinesi. 

«Pirelli doveva crescere. Aveva bisogno di capitale nuovo, per aprire per esempio un mercato come quello cinese che, fra il 2020 e il 2025, varrà quanto quello europeo», afferma Roberto Crapelli, amministratore delegato di Roland Berger Italia. Che aggiunge: «Non ha più senso parlare di Paesi. Ormai il confronto è fra piattaforme produttive di grandi dimensioni, soprattutto alla luce delle nuove tecnologie Industry 4.0. Dunque, anche le policy devono misurarsi su queste scale. I cinesi si muovono con decisione. L'Europa non sempre sa che cosa vuole dalla sua identità manifatturiera». E se non lo sa l'Europa, figuriamoci l'Italia. 

Prede e predatori nel nuovo capitalismo di Paolo Bricco23 marzo 2015

After years of economic decline, Italy has become a hunting ground for Chinese companies keen to take control of prized but cash-strapped corporate names such as Pirelli, and they are no longer investing from the back seat.
"The Chinese have the capital, Italy has the brands, the products and the know-how, but no money," said a banker with direct knowledge of the Pirelli deal.
State-owned China National Chemical Corp (ChemChina) is to buy the world's fifth-largest tire-maker in a 7.1-billion-euro ($7.7 billion) deal that will put the 143-year-old Italian company in Chinese hands.
The planned takeover, announced on Sunday, is one of the biggest acquisitions by a Chinese company in Europe and comes after a string of buys by Chinese investors in the euro zone's third largest economy, which is struggling to emerge from its longest recession since World War Two.
The Chinese shopping spree has included power grid firms Terna (TRN.MI) and Snam (SRG.MI), turbine maker Ansaldo and luxury yacht maker Ferretti, as well as a number of small stakes bought by the Chinese central bank in Italian blue-chips.
China's European deals have usually targeted sizeable stakes but not the outright control ChemChina will get on Pirelli.
"I think this is a clear signal that they do not want to invest behind the scenes any longer. They want to play a leading role, in the limelight," said Alberto Forchielli, managing director of Mandarin Capital Partners.
China's growing importance as an investment partner in Europe was underlined last week when Italy joined Britain, France and Germany in backing the China-led Asian Infrastructure Investment Bank despite opposition from the United States.
A study published by KPMG before the Pirelli deal said Chinese acquisitions in Italy totaled 10 billion euros over the past five years, half of which in 2014. Last year nearly a third of foreign purchases in Italy were Chinese, it said.
There is no shortage of targets. Bankers say China's Sunrise Duty Free is among the potential bidders to buy a stake in travel retailer World Duty Free (WDF.MI) from the Benetton family, as is South Korea's Lotte group (023530.KS) .
Troubled lender Monte dei Paschi di Siena (BMPS.MI), which is looking for a buyer, is also attracting Chinese interest, sources close to the matter have told Reuters. And oil services group Saipem (SPMI.MI) was courted by unknown Chinese suitors last year, sources have said.
"Asian investors are coming big time, make no mistake," an investment banker said. "Italy is one of the most open European markets and it's under-invested."
Italian Prime Minister Matteo Renzi's government has signaled it is not going to stand in their way.
The main drawbacks to foreign investments in Italy have long been lack of growth and a Byzantine legal and regulatory framework, bankers say.
Renzi has pledged to modernize the economy and cut red tape. After more than a year in power he still seems to be enjoying a honeymoon period with overseas investors. And this year's expected pick-up in the economy is helping.
Renzi, an inveterate tweeter on all subjects, has been uncharacteristically silent about the Pirelli takeover but his government has made no protectionist noises over ChemChina, even as it snapped up one of Italy's best-known corporate names.
Bankers say Italy's attitude is encouraging Asian investments while Italian companies gain exposure to the huge Chinese market.
Joel Backaler, author of "China Goes West", said Chinese companies also needed to invest in Europe to compensate for their own very competitive domestic market.
"With labor and energy costs rising and the pressure on margins increasing, Chinese companies that want to sell at a premium price need to have something different, for example better quality tires than those you can find in China," he said.
He and other experts said the Pirelli deal, under which ChemChina will get a majority stake in the new holding controlling the tire-maker, could also signal a more muscular investment approach than in the past.
The agreement envisages the board of the new holding will be divided equally between the Chinese and Pirelli's existing shareholders, and the Italian management will stay on.
Under the deal, a "super-majority" equal to 90 percent of the capital will be needed to move the headquarters of Pirelli outside Italy or transfer its intellectual property to third parties, giving its Italian shareholders a veto power.
But bankers said there was little doubt over who would be increasingly calling the shots at Pirelli.
"I think we are going to see a clear power shift over the years. Ultimately, the Chinese will be in charge."

La Cina accelera l’espansione economica all’estero e presto gli investimenti potrebbero non limitarsi più a energia, titoli di Stato, aziende. L’allarme «sindrome cinese» suona dai mercati finanziari agli istituti di credito. Lo scenario, fino a ieri considerato fantascienza, è quello di una cinesizzazione delle banche: non solo in economie emergenti e Paesi in via di sviluppo, ma nelle roccaforti del credito occidentale

Pechino non si limita più a puntare su comunicazione, agricoltura, sport, elettronica, trasporti, immobiliare, turismo e alimentare. Vuole un controllo maggiore sulla cassa globale, la gestione di debiti e prestiti. L’obiettivo è accorciare i tempi per l’internazionalizzazione dello yuan, arrivando alla piena convertibilità per sfidare la storica egemonia del dollaro Usa. Il go west dei colossi del credito cinese, unito al boom dell’interscambio in renminbi, solleva domande cruciali sull’equilibrio del sistema monetario mondiale. Stati, mercati e investitori devono prepararsi a un mondo in cui valuta e banche cinesi occuperanno un posto decisamente più importante. 

A Pechino, per ora, il tramonto del credito occidentale non conviene. La Cina è il primo detentore di valuta estera e colpire la banche di Europa e Usa causerebbe il crollo del valore delle proprie riserve. La concorrenza è un’altra cosa e la leadership rossa pensa sia giunta l’ora di far sentire il fiato del credito di Pechino sul collo degli istituti stranieri. 

Vedere un risparmiatore occidentale varcare la soglia della filiale di una banca cinese per chiedere un mutuo, o per aprire un conto corrente, non sarà una scena quotidiana nel breve periodo. Secondo il governatore della Banca popolare cinese, Zhou Xiaochuan, questa realtà è però una tendenza inevitabile. Il credito occidentale, colpito dalla crisi, per recuperare competitività minaccia di avere bisogno di molto tempo. Quello cinese, pur regolato dallo Stato, vanta oggi dimensioni e prestazioni insostenibili per i concorrenti esteri: la sua espansione nelle aree di euro e dollaro nell’immediato rischia di sconvolgere il settore, ma in prospettiva può costituire la leva decisiva per guarire un sistema minato da inefficienze e interessi non trasparenti. 

A confermarlo, l’ultimo rapporto mondiale sui brand delle banche, pubblicato da «The Banker». Tra i primi dieci istituti internazionali accreditati dei marchi di maggior valore, quattro sono già made in China. Industrial and Commercial Bank (Icbc) è seconda, dietro l’americana Wells Fargo, con un valore di 27,4 miliardi di dollari e una crescita 2014 del 20%. Quarto posto per China Construction Bank (più 39% lo scorso anno), ottava posizione per Agricoltural Bank of China (+28%) e nona per Bank of China, che precede la spagnola Santander con un rafforzamento annuo del 22%. 

A impressionare non è la classifica assoluta, dove i quattro giganti cinesi del credito di Stato erodono posizioni da anni, ma la percentuale dell’incremento del loro valore. Qui Pechino vanta le prime due piazze, con China Construction Bank e Agricoltural Bank of China, e poi la quarta (Icbc), la quinta (Bank of China), la sesta (China Merchants Bank) e la nona (China Citic Bank). Questo significa che nel 2014 sei banche su dieci, tra quelle che hanno registrato la maggior crescita mondiale, sono cinesi: una sola statunitense, una indiana, una brasiliana e una australiana. 

L’amministratore delegato di JP Morgan, Jamie Dimon, ha ammesso che le straorganizzate banche occidentali potrebbero essere superate dai marchi cinesi. Solo gli istituti del Medio Oriente reggono il passo dell’espansione di Pechino, ma il crollo del prezzo del petrolio e l’imparagonabile peso dell’economia cinese preludono ad una fuga solitaria del Dragone

Per i mercati il punto è prevedere quando la Cina deciderà di ufficializzare il suo tentativo di conquista del credito occidentale, non solo per accompagnare l’espansione delle imprese nazionali all’estero, ma pure per finanziare gli investimenti stranieri in Cina. La Banca mondiale ha fissato il limite «entro il 2020», ma il ritmo di apertura di nuove filiali estere dei colossi cinesi tende ad anticipare i tempi. Icbc, per esempio, in Europa negli ultimi mesi ha investito a Londra, Mosca, Milano, Francoforte, Lussemburgo, Parigi, Bruxelles, Budapest, Amsterdam e Madrid, oltre che in tutti i Paesi dell’Est. Tutte le grandi banche cinesi sono state quotate e l’integrazione economica tra Pechino e il resto del mondo registra un’accelerazione senza precedenti: in vent’anni l’interscambio è cresciuto di venti volte, la Cina rappresenta il 9% dell’interscambio mondiale di beni e servizi ed entro quest’anno un terzo del commercio estero cinese sarà regolato in yuan. 

Uno studio del Fondo monetario internazionale lancia l’«allarme shopping» delle banche cinesi, ma osserva anche che «l’internazionalizzazione del sistema del credito della Cina e della sua valuta possono convenire a tutti». La ragione è semplice: un renminbi (yuan) pienamente convertibile e istituti bancari cinesi costretti a rispettare le regole del mercato, per Pechino riducono i rischi legati al cambio negli investimenti e semplificano le operazioni di cassa per le imprese, mentre agli stranieri offrono prezzi scontati e un aumento dei potenziali fornitori. 

Gli analisti avvertono che affinché «l’offensiva delle banche cinesi non si traduca in una neo-colonizzazione delle nazioni emergenti e in un conflitto con le economie sviluppate», le condizioni «sono strette». 

Lo Stato, e dunque il potere del partito comunista, non «può più controllare sia i maggiori istituti di credito nazionali che la Banca centrale, la quotazione dello yuan deve essere affidata al mercato e le autorità pubbliche non possono più influenzare le Borse per ragioni politiche». 

Sono passaggi decisivi, difficilmente immediati, resi meno automatici sia dall’ingombro di pregiudizi culturali che dal peso storico del sospetto. Le differenze culturali negli ultimi anni hanno causato il flop di centinaia di investimenti cinesi all’estero, mentre il sospetto che la Cina spinga le proprie banche a raccogliere denaro straniero per compensare il calo del risparmio interno, frena il ricorso occidentale al credito di Pechino. L’ostacolo maggiore è rappresentato dalle piccole e medie imprese, le più colpite dalla concorrenza cinese. All’avanzata degli istituti del Dragone ha corrisposto sia quella dei suoi investimenti che quella delle sue imprese. Il timore è che i soldi dei risparmiatori occidentali finiscano per finanziare proprio le aziende straniere che contribuiscono ad aggravare la crisi dello stesso sistema produttivo, arricchendo banche e industrie cinesi al punto da rafforzare lo stesso autoritarismo di Pechino, che si contrappone alla democrazia dell’Occidente. 

Un paradosso: consumata la «grande delocalizzazione» di lavoro e produzione, ecco la Cina riesportare i capitali acquisiti da Usa, Europa e Giappone per acquistare i loro mercati finanziari, le loro valute e ciò che resta dei loro sistemi industriali. 

I pessimisti in queste ore assicurano che l’irruzione delle banche cinesi in Occidente distruggerà non solo il nostro credito, ma il cuore del capitalismo. 

Gli ottimisti osservano che al contrario l’ultimo stadio dell’integrazione economica, occidentalizzando la Cina e costringendola al mercato, obbligherà Pechino a rinunciare al comunismo e ad aperture altrimenti impossibili. «Sbagliano entrambi – ha detto il presidente Xi Jinping : dal credito al commercio oggi decide solo il consumatore, unico ormai su tutto il pianeta». 

Lo spettro è che ad essere unico sia presto anche il potere che lo governa. La Bank of China è il quarto istituto cinese e il nono mondiale: sono cinesi quattro dei primi dieci istituti di credito del mondo per capitalizzazione.




Ci aveva pensato già la Gran Bretagna a far andare su tutte le furie Obama, ma l’ingresso dell’Italia nell’Asian Infrastructure Investment Bank ha fatto saltare definitivamente il banco. 

La nascita dell’istituto cinese, promossa dal presidente cinese Xi Jinping, a detta degli americani è una mossa strategica in chiave economica per creare concorrenza e svincolare i paesi dal monopolio della Banca Mondiale (notoriamente sotto il controllo del governo Usa) e dalla crescente influenza dell’Asian Development Bank (ugualmente sotto il controllo delle autorità statunitensi). 

La notizia rilanciata  dal Financial Times parla di un serio interesse italiano a diventare soci fondatori dell’istituto, aderendo formalmente prima del 31 marzo, data oltre la quale si potrà diventare solamente soci semplici. Al momento dall’istituto sono rimasti fuori, tra Paesi dell’area asiatica, il Giappone, la Corea del Sud e l’Australia, ma quest’ultimo sembra stia concretamente valutando il suo ingresso.

Diverse le posizioni della Corea e del Giappone. Quest’ultimo infatti è tra i principali sostenitori dell’Asian Development Bank, mentre la Corea è tutt’ora imbarazzata all’idea di fare anch’essa uno sgarbo agli alleati americani.

In breve tempo l’Asian Infrastructure Investment Bank ha raccolto un ampio consenso e sembra poter davvero favorire un nuovo mercato degli investimenti nel settore energetico, digitale e delle infrastrutture. Spiegare lo sdegno statunitense non è semplice, anche perché le ragioni sono sia di natura politica che strettamente commerciali. L’opportuna premessa è che i fatti dimostrano come gli Usa abbiano da sempre un potere di nomina sul presidente della Banca Mondiale, un potere scambiato con quello europeo per la nomina del capo del Fmi

Il compromesso politico fa sì che il sistema economico multilaterale sia di fatto mosso dalle medesime strategie e necessità, nonché da interessi convergenti. Ma i limiti del Fmi e della Banca Mondiale sono da tempo evidenti a tutti i Paesi membri. E più di una volta gli Usa sono stati accusati di aver impedito l’aumento delle quote del Fondo Monetario, non ratificando l’accordo raggiunto. Colpa del Congresso ormai Repubblicano? Forse, ma come a tutti viene richiesto di mantenere gli impegni al di là delle difficoltà politiche interne, anche a Obama viene richiesto di trovare una soluzione a un problema che riguarda mezzo mondo.

I poteri dell’Asian Infrastructure Investment Bank sono ancora in fase di sviluppo, basti pensare che la nuova banca disporrà dell’equivalente di 100 miliardi di dollari, contro gli oltre 350 della Banca Mondiale. Ma col tempo, se tutti i tasselli dovessero andare al loro posto, potrebbe eguagliare il peso economico dello storico istituto e scardinare l’ormai radicato monopolio finanziario made in Usa.  

Il governo americano al momento maschera la propria rabbia chiedendo agli alleati europei di valutare un eventuale ingresso solo dopo essersi accertati che alla base del nuovo istituto ci sia una policy rigida e rispettosa degli standard ambientali e lavorativi che abbiamo in occidente, un pretesto che a molti potrà sembrare ipocrita da parte di un paese che solo ultimamente si è interessato alle questioni climatiche.

La realtà è che gli Usa non hanno le armi politiche per frenare il corso degli eventi, ora che l’assetto economico mondiale pende dalla parte di Pechino e dei Paesi emergenti del sud est asiatico. Ma può ancora dire la sua con accordi economici multilaterali. Parliamo del TPP, la Trans Pacific Partnership, accordo gemello dell’ormai noto TTIP tra Usa ed Ue, ma stretto con i Paesi asiatici. Ebbene, da quell’accordo la Cina è stata estromessa, ufficialmente per i soliti standard lavorativi-ambientali, ma nella pratica per tentare un isolamento commerciale senza precedenti. Qualcuno ipotizza che lo sviluppo dell’Asian Infrastructure Investment Bank sia una contromisura commerciale ideata per ricambiare il favore agli Usa.


Le dichiarazioni da parte del binomio Banca Mondiale/FMI riportate da Il Sole 24 Ore fanno il resto del lavoro e non richiedono ulteriori commenti. «Il Fondo Monetario Internazionale dà il benvenuto a tutte le iniziative che puntano a rafforzare la rete di istituzioni multilaterali che erogano prestiti e che aumentano i finanziamenti disponibili per infrastrutture e sviluppo, inclusa la neo-nata Asian Infrastructure Investment Bank». 

Senza soffermarci sull’erogazione di finanziamenti “orientati allo sviluppo” da parte della Banca Mondiale, l’invidia nella dichiarazione svela in pieno l’insicurezza che aleggia negli ambienti americani. Non è il caso di stupirsi se qualcuno prova a liberarsi dal gioco delle istituzioni statunitensi. Oggi, infatti, la realtà impone di arginare le difficoltà economiche del Vecchio Continente stringendo alleanze ad oriente per favorire le esportazioni e ridurre il gap tecnologico verso alcune realtà asiatiche si primissimo livello.

Da qui ad esultare per la nascita di questo istituto però ce ne passa, e se le diatribe geopolitiche stuzzicano la fantasia di chiunque, gli effetti economici di questa divisione dei poteri che indirizzano lo sviluppo economico lascia più di qualche perplessità e rischia di creare una spaccatura in termini di zone di influenza a seconda della vicinanza politica ai modelli americani o cinesi. 

Di certo, al momento, c’è solo la sconfitta politica ed economica degli Stati Uniti, di fatto relegati a seconda potenza mondiale, nonché la fine dell’isolazionismo russo. Se qualcuno si fosse chiesto che fine avesse fatto Putin negli ultimi dieci giorni ora non dovrà più farlo. I festeggiamenti a Mosca sono appena iniziati e Putin non mancherà di mostrare la sua riconoscenza a Pechino.




The US has expressed concern over the UK’s bid to become a founding member of a Chinese-backed development bank. The UK is the first big Western economy to apply for membership of the Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). (…) the US sees the Chinese effort as a ploy to dilute US control of the banking system, and has persuaded regional allies such as Australia, South Korea and Japan to stay out of the bank. (…) “We think that it’s in the UK’s national interest,” said Mr Cameron’s spokesperson. –BBC 



Politicamente, l'etichetta "capitalismo di stato", applicata soprattutto all'Urss, ma anche ai paesi consimili (le pseudo "democrazie popolari", CinaCuba, ecc.) era (ed è) un modo per criticare la mancata gestione dell'economia da parte delle masse lavoratrici e mettere in dubbio, alla fine, che si tratti realmente di un'economia socialista

L'espressione è stata usata da LeninAmadeo Bordiga (che preferiva, in realtà, parlare di industrialismo di stato, in quanto ad es. l'agricoltura, ma non solo, era in maggioranza in regime semi-privatistico, v. Kolchoz), Onorato DamenArrigo CervettoAnton PannekoekEmma Goldman e Karl Korsch.

La distorsione nel sistema commerciale provocata dall'assenza delle più elementari regole di mercato portava dei risvolti che risultavano evidenti nella formazione di lunghe code davanti ai negozi. Per quanto riguarda i beni non di "prima necessità" invece ci si regolava col sistema delle liste d'attesa. Ad esempio per l'acquisto di un'automobile in Urss negli anni Ottanta arrivava il proprio turno per l'acquisto in media dopo tre-quattro anni. 

Questa situazione provocava inevitabilmente un esteso mercato nero delle merci, soprattutto di quelle straniere, gestito dalla Organizatsya, la mafia russa. Questo sistema consentiva ai ricchi di accedere a prodotti altrimenti irreperibili, tanto meno senza "fare la fila". E quindi era tollerato in ambienti politici, in quanto in Urss i politici "comunisti" erano gli unici ricchi.


L’elezione di Xi Jinping a presidente del Partito Comunista Cinese (PCC), assieme a sei altri che con Xi costituiscono il Comitato Permanente dell’Ufficio Politico del partito, rappresenta il radicamento di quello che l’intellettuale marxista cinese Au Loong Yu ha definito il “capitalismo burocratico”.  

I capitalisti burocratici, molti di essi ‘principini’, cioè  i figli dei fondatori del governo comunista cinese, sono arrivati a dominare, attraverso il loro controllo dello stato e dei rapporti con i loro amici dell’industria statale, il nucleo centrale dell’economia capitalista del paese e a creare il cuore di una nuova borghesia che governa il paese

Sono un gruppo di famiglie e clan legati sia da rapporti di partito sia da rapporti d’affari che costituiscono la classe dominante del paese. È questo uso del partito e dello stato per controllare le imprese capitaliste, per sfruttare i lavoratori e per conseguire profitti che, come sostiene Au, rappresenta oggi il carattere unico del capitalismo cinese.

La dirigenza emergente dei ‘principini’ non perseguirà un cambiamento fondamentale ma lavorerà piuttosto a preservare ed ampliare il proprio potere e i propri privilegi di classe. Come ha scritto Edward Wong sul New York Times:

“I principini non sono una fazione politica coerente e i loro ranghi pullulano di rivalità personali e ideologiche. I loro collegamenti familiari possono tradursi in una maggior fiducia in sé stessi nell’esercitare il potere e nel premere per cambiamenti più audaci. Al tempo stesso, tale classe si è arricchita grazie all’economia politica cinese, in cui i dirigenti e le imprese statali collaboravano per mietere vantaggi, spesso a spese delle imprese private. Anche i principini che appoggiano la liberalizzazione dell’economia o del sistema politico continuano a credere nel primato del partito e le loro pressioni per varie riforme sono viste come un tentativo di garantire la sopravvivenza del partito”.

Xi e gli altri nuovi dirigenti sono profondamente impegnati a proseguire lo sviluppo capitalista guidato dallo stato che non solo ha dato loro un enorme potere ma ha anche reso favolosamente ricchi alcuni di loro. Il PCC, che ora Xi guida, rappresenta il guardiano del potere politico ed economico di questa nuova classe dominante. Il dominio di questo gruppo nel prossimo decennio, a meno di sviluppi imprevisti, che non sono in programma né una svolta a modelli più occidentali di capitalismo, né verso riforme sociali o trasformazioni socialiste della società dall’alto. La democrazia e il socialismo arriveranno in Cina dal basso, o non arriveranno affatto.

Come ha fatto la Cina, un paese nominalmente comunista, a diventare un paese interamente capitalista con questa forma unica di potere politico e di governo? 

Le radici della classe capitalista burocratica sono da ricercare nella classe burocratica comunista o, più esattamente, burocratica collettivista, emersa dalla rivoluzione cinese. È stata l’esperienza della costruzione del PCC e dell’Esercito Popolare di Liberazione, che portò alla rivoluzione nazionale e che cancellò sia il potere economico straniero sia il vecchio capitalismo competitivo esistenti in Cina, a creare lo stato comunista cinese a partito unico. Il PCC, sempre al controllo della rivoluzione comunista, ha anche scoperto come poter mantenere il controllo nella transizione al capitalismo.   

Il carattere unico del PCC si è formato negli anni ’20 e ’30 dopo i tragici eventi di Shanghai del 1927. Per tutto il secolo diciannovesimo e gli inizi del ventesimo, la Cina era stata dominata da potenze straniere, principalmente dalla Gran Bretagna e da altre potenze europee, anche se la Russia zarista, gli Stati Uniti e il Giappone erano stati anch’essi coinvolti nello smembramento della Cina imperiale. 

Contemporaneamente i signori della guerra, i latifondisti e i capitalisti cinesi sfruttavano gli operai e i contadini del paese. Una rivoluzione nazionale e democratica nel 1912 creò una repubblica sotto la presidenza di Sun Yat-sen, determinando la fine della monarchia Qing. La repubblica cinese lottò per imporre un ordine democratico alle frammentate regioni autoritarie della Cina e il paese cadde nella guerra civile.

La rivoluzione russa del 1917 (1918) portò a un’alleanza tra l’Unione Sovietica e il Kuo-min-tang (KMT), il partito principale della repubblica cinese, guidato da Chiang Kai-shek. In base agli ordini di Joseph Stalin, i comunisti cinesi si sottomisero al KMT ed esitarono a creare un’organizzazione indipendente. Nell’aprile del 1927, nella città industriale di Shanghai, che era una roccaforte comunista, il KMT affrontò il PCC, giustiziando migliaia dei suoi membri. I comunisti cinesi, seguendo la nuova svolta a sinistra di Stalin in quello che è chiamato il “Terzo Periodo” del movimento comunista, tentarono poi, nel dicembre del 1927, di organizzare rivoluzioni insurrezionali in numerose città, la più famosa delle quali fu la Comune di Canton; furono tutte represse portando alla morte di migliaia di altri comunisti.



Dopo tali sconfitte devastanti, Mao Tse-tung e altri dirigenti comunisti cinesi si ritirarono nelle campagne dove ricostruirono il partito e crearono l’Esercito Popolare di Liberazione cinese. I dirigenti del PCC – in parte intellettuali, in parte lavoratori – finirono del tutto sradicati dalla società cinese urbana e i loro collegamenti con la classe operaia furono interrotti; erano ora proletari solo di nome. Questi quadri di partito sradicati divennero i dirigenti del partito, gli ufficiali dell’esercito e il cuore di un nuovo genere rivoluzionario di movimento. Si trattava di una dirigenza di partito e dei suoi collaboratori, cioè una burocrazia rivoluzionaria, che cercavano una base sociale che potesse fornire la forza necessaria per rovesciare i latifondisti, signori della guerra e capitalisti al potere e il KMT di Chiang Kai-shek.

Spostandosi nella campagna cinese, in generale opponendosi ai ricchi latifondisti ma alleandosi in luoghi e momenti diversi con vari strati della classe contadina cinese, i quadri comunisti sopravvissuti degli anni ’20 reclutarono contadini nell’Esercito Popolare di Liberazione. Anche se l’Esercito Popolare di Liberazione era costituito da contadini (come la maggior parte degli eserciti sino alla fine del ventesimo secolo) e anche se furono loro a fornire la forza che alla fine combatté e vinse la Rivoluzione Cinese, questo non poteva essere definito un esercito contadino né quella una rivoluzione contadina, in un qualche senso politico significativo; i contadini non ne scrissero il programma, non ne fornirono la dirigenza e non esercitarono alcun controllo democratico sul partito e sull’esercito. Dovunque andasse, l’Esercito Popolare di Liberazione era un organismo di uomini armati meglio organizzati, armati molto meglio e più forti delle comunità contadine che incontrava, in grado di imporre la propria volontà politica nelle campagne attraverso il suo programma politico e una combinazione di manovre politiche e di potere militare. La notevole Lunga Marcia (o marce) del 1934-35 dell’Esercito Popolare di Liberazione (in realtà tre eserciti) dal sud e dall’est verso l’ovest della Cina rappresentò il consolidamento di questo partito-esercito comunista, l’esercito come partito.

Con l’invasione giapponese della Cina a metà del 1937 e lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese, i comunisti si trovarono a combattere non solo contro il KMT, ma anche contro i giapponesi. Anche se sia l’esercito del KMT sia quello di Liberazione Popolare apparentemente combattevano entrambi i giapponesi, in realtà c’era una lotta a tre corni per controllare la Cina e che proseguì sino alla fine della guerra nel 1945. Ching Kai-shek e il KMT erano più interessati a difendere i latifondisti e i capitalisti dai comunisti che a combattere i giapponesi. Dopo la sconfitta dei giapponesi la strategia dei comunisti cinesi fu di continuare ad ampliare il loro controllo delle campagne e solo alla fine prendere le città. Quando arrivavano nelle città, le autorità comuniste cinesi distribuivano documenti ai lavoratori e alle masse urbane che dicevano loro non scioperare o impossessarsi delle fabbriche, ma di obbedire piuttosto agli ordini del PCC. La preoccupazione maggiore dei comunisti era di conquistare la fiducia e il sostegno della classe capitalista e di ripristinare la produzione industriale. I comunisti non videro alcun ruolo per la classe operaia nei passi finali per conquistare le città cinesi tra il 1945 e il 1949.

Il PCC e l’Esercito Popolare di Liberazione, avendo contribuito alla lotta contro i giapponesi e avendo poi sconfitto il KMT, riuscirono nel 1949 a prendere il controllo di tutta la Cina, con l’eccezione dell’isola di Taiwan dove si ritirarono Chiang Kai-shek e il KMT. Il PCC aveva portato alla vittoria una rivoluzione nazionalista (nazi-comunista), creando un nuovo stato che fu presto completamente controllato dai comunisti. La dirigenza comunista nella lotta patriottica contro i giapponesi e poi nella guerra civile rivoluzionaria contro il KMT si era guadagnata l’enorme credibilità del partito e il sostegno della maggioranza del popolo cinese. Il programma comunista di riforma agraria, prendendo la terra ai latifondisti e distribuendola ai contadini, fu al centro del programma rivoluzionario. Nel 1952 la riforma agraria era stata completata, la terra era stata ridistribuita ai contadini e la classe dei latifondisti eliminata. Nel 1956, quindici anni in anticipo sul programma, il 97% della terra era stato collettivizzato.

Anche se inizialmente il PCC aveva tentato di conquistarsi la classe capitalista, una volta al potere, a partire dal 1952, si mosse con decisione e rapidità a eliminare virtualmente tutte le imprese di proprietà privata. Nel 1956 la classe capitalista aveva cessato di esistere da ogni punto di vista. Considerato che i comunisti controllavano lo stato già nel 1949, il costo di queste campagne per por fine al latifondismo e al capitalismo fu tremendo in termini di vite umani. Si ritiene che tra il 1949 e il 1953 sia morto più di un milione di persone nelle campagne contro la “destra” e i latifondisti.

Nel 1952 tutti gli altri partiti furono messi al bando, dando al PCC il monopolio del potere politico. La dirigenza comunista cinese, appoggiata dall’Unione Sovietica (con la quale aveva firmato un patto nel 1950) creò uno stato che assomigliava al regime di Stalin: il PCC al controllo dello stato e lo stato al controllo dell’industria e dell’agricoltura. Il PCC assunse anche il controllo dei sindacati e di tutte le organizzazioni sociali; il nuovo stato a partito unico non permise organizzazioni indipendenti di alcun genere. Anche il governo godeva dell’appoggio popolare e anche se c’era un elevato grado di partecipazione alle istituzioni e alle attività organizzate dal PCC, non vi era democrazia in nessun luogo. La società era stata collettivizzata dallo stato che era controllato dalla burocrazia. Come l’Unione Sovietica, la Cina non era né capitalista né socialista; era una società burocratica collettivista, ostile sia al capitalismo sia al socialismo. 

Con le classi capitalista e latifondista eliminate, e la classe operaia e i contadini subordinati al partito, Mao e la dirigenza comunista potevano ora utilizzare lo stato per attuare le politiche necessarie per conseguire i loro obiettivi di accrescimento della produttività e del miglioramento del tenore di vita. Come ogni classe dominante la classe burocratica di governo cinese riteneva di sapere cosa fosse meglio per il paese, meglio per sé stessa come classe e meglio per tutto il resto. Mao, le cui politiche hanno dominato la Cina per gran parte del periodo post-rivoluzionario, impose dall’alto le sue politiche al paese, a volte senza consultarsi con l’intera dirigenza del partito e sempre senza consultarsi con i membri del partito o con la popolazione in generale. L’essenza del Maoismo è stata il volontarismo, l’idea che la burocrazia del PCC attraverso la sola forza della volontà sarebbe stata in grado di superare condizioni oggettive, spingendo la società verso il socialismo per arrivare alla fine al comunismo.

Il primo piano quinquennale del 1953-58 si dimostrò un successo e l’economia cinese si estese, ma il ritmo non era sufficientemente veloce per Mao. Mentre si preparava a spingere con ancora maggior forza, Mao, che era diventato presidente della Repubblica Popolare Cinese nel 1954, lavorò a eliminare l’opposizione. La Campagna dei Cento Fiori del 1956-57, apparentemente per incoraggiare la creatività e per ascoltare le critiche degli intellettuali cinesi, si dimostrò un tranello. Molti di tali intellettuali suggerirono che il PCC si era evoluto in “una nuova classe dominante che ha monopolizzato potere e privilegi e si è alienata dalle masse.” Altri suggerirono che i dirigenti del partito avevano privilegi e ricevevano trattamenti preferenziali e che trattavano la popolazione come “sudditi obbedienti o, per usare un termine forte, schiavi.” I dissidenti, essendosi esposti, furono soppressi.

Ora interamente al comando dello stato, Mao lanciò il suo Grande Balzo in Avanti nel 1958. Il Grande Balzo, o il “progresso precipitoso” come fu anche chiamato, era mirato a trasformare rapidamente la Cina da società agricola a società industriale. Furono introdotte nuove tecniche agricole nelle fattorie collettive, mentre anche le comuni di tutto il paese dovevano impegnarsi nella produzione industriale decentrata. In tutto il paese ci sarebbero state mini acciaierie con l’idea di superare la produzione della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, rispettivamente, in sette e quindici anni. Il Grande Balzo si dimostrò un disastro di proporzioni senza precedenti, portando alla fame e alla morte di almeno 30 e forse 45 milioni di persone.

In seguito al fiasco del Grande Balzo, a Mao succedette nella presidenza Liu Shiao-chi, scatenando una lotta protratta per la direzione del PCC tra i volontaristi maoisti e le politiche di Liu, modellate sull’industrializzazione dell’Unione Sovietica. Nel 1966 Mao avviò la Grande Rivoluzione Culturale Proletaria contro la cultura tradizionale cinese, contro gli elementi capitalisti nella società cinese e contro la corruzione e la burocrazia nel PCC, anche se si trattò principalmente di un tentativo di riprendere il controllo del partito e dello stato. Una serie estremamente complessa di eventi implicanti la lotta tra fazioni nel partito, lotte di classe e anche persecuzioni etniche e religiose, la Rivoluzione Culturale alla fine si prese circa mezzo milione di vite. Mao divenne il centro di un culto della personalità che fu praticamente una religione quando tornò al potere.

Dal 1949 al 1969 l’enfasi di Mao sull’ideologia e la politica volontaristica aveva tenuto in agitazione la Cina, rovesciando prima tutti i vecchi rapporti prerivoluzionari e poi capovolgendo anche il nuovo ordine rivoluzionario. Il tumulto di quei venti anni spazzò via gran parte del vecchio ordine e rese possibile lo sviluppo di una nuova economia politica. Due anni dopo la morte di Mao nel 1976, Deng Xiaoping, un politico pragmatico, divenne il “capo supremo”, introducendo lo slogan “Socialismo con caratteristiche cinesi” e le riforme economiche che gettarono le basi per la transizione al capitalismo. Fu con le riforme del 1978 che l’economia cinese cominciò per la prima volta a decollare. Deng introdusse meccanismi di mercato e promosse i prodotti industriali destinati all’esportazione, portando la Cina a entrare in rapporti commerciali con altre nazioni. Anche se la Cina restava una specie di sistema ibrido, con lo stato comunista che ancora dominava sia la pianificazione economica sia molte delle principali industrie e fabbriche, aveva avuto luogo una svolta qualitativa. Le politiche di Deng posero la Cina sulla via dello sviluppo economico capitalista, avviando la transizione dal comunismo burocratico al capitalismo burocratico.

La nuova dirigenza di Xi Jinping si confronta con la sfida di continuare a espandere l’economia capitalista burocratica cinese evitando che le proteste dei contadini e degli operai si trasformino in una sfida al suo governo. Al tempo stesso dovrà gestire le continue tensioni con gli Stati Uniti mentre gradualmente li raggiunge e poi li supererà economicamente, almeno in termini di PIL.  
La potenza economica cinese si è accompagnata a un aumento della sua influenza politica in tutto il mondo e sarà accompagnata anche da un aumento della sua potenza militare mentre continua a sviluppare il proprio potenziale a tutto campo, dalla guerra informatica alla tradizionale potenza militare, navale e area. Anche se alcuni hanno suggerito che la nuova Cina può essere capace di perseguire una politica estera pacifica, nessuna nazione capitalista lo ha mai fatto in passato e non è probabile che la Cina sia la prima.
La Cina è diventata una grande potenza capitalista con il suo sistema unico di capitalismo burocratico e anche se potrà assistere a riforme intese a mantenere al potere la nuova classe dominante, come altri stati capitalisti potrà essere fondamentalmente cambiata solo da un movimento di massa dal basso. Anche se c’è stato il numero straordinario di 100.000 rivolte, scioperi e altre proteste l’anno, che hanno coinvolto centinaia di migliaia di operai, contadini e altri, essi non sono ancora riusciti a conquistare sindacati indipendenti o altre organizzazioni indipendenti.  
PROGETTO DEMOCRAZIA Storia della Democrazia Diretta MARCH 12, 2015


A differenza di Ronald Reagan e Margaret Tharcher, Lee Kuan Yew, leader di lunga data di Singapore, morto lunedì scorso all’età di novantadue anni, non ha avuto un “ismo” attaccato al suo nome. C’è stato il “reaganismo”, il “thatcherismo”, ma nessun “Lee-ismo”. In fondo, chi ne ha mai sentito parlare?
Primo ministro di Singapore dal 1959 al 1990, Lee ha saputo imporre alla sua minuscola patria un distintivo marchio capitalistico (nonché autoritario) che ha spinto Singapore tra le fila dei paesi più ricchi e sviluppati del mondo intero. E che è servito poi alla Cina come modello, anni dopo, per imporsi sulla scena economica del ventunesimo secolo.
Dopo la caduta del presidente Mao Tse-tung, alla fine degli anni Settanta, e con l’epurazione della “Banda dei quattro”, Deng Xiaoping ha guardato proprio a Singapore e alla politica di Lee Kuan Yew per far nascere e sviluppare la fiorente economia cinese. I rapporti fra i due Paesi si sono mostrati forti e duraturi; ogni qual volta che Lee intraprendeva nuove riforme, dalla Cina inviavano immediatamente dei funzionari incaricati di studiare come tali riforme venivano applicate. E naturalmente i frutti che ne scaturivano. D’altra parte, lo stesso Lee era un assiduo frequentatore di Pechino. E non è stata una sorpresa quando, all’indomani della sua morte, il ministero degli Esteri cinese abbia rilasciato una dichiarazione con la quale lo salutava come “uno statista unico, come unica è stata la sua influenza in Asia; uno stratega che ha incarnato i valori orientali e la visione internazionale”.
Ma cosa ha fatto poi di così tanto speciale Lee? La maggior parte del suo programma, in fondo, consisteva nell’imitazione di quelle che lui stesso riteneva le “migliori pratiche dell’Occidente”: mercati competitivi, meritocrazia, pragmatismo, lo Stato di diritto, l’istruzione pubblica universale e duna padronanza piena della scienza e della tecnologia. Abbracciando tutto ciò, insieme alla creazione di uno Stato forte ed efficiente, Singapore si è vista innalzare il proprio Pil procapite ai nemmeno 500 dollari del 1960, ai circa 55mila nel 2013. Una trasformazione enorme.
Ciò che però Lee non abbracciò, fu la concezione occidentale della democrazia pluralista, da un lato, e della libera espressione dall’altro. Il Paese, infatti, per molti anni non vide mai tenersi regolari elezioni, con Lee che tenne il potere consecutivamente nelle proprie mani dal 1959 sino al 1990, con i propri oppositori che regolarmente vedevano aprirsi le porte del carcere. Le testate giornalistiche straniere che cercavano in qualche modo di mettere alla luce i “misfatti” della dittatura si vedevano querelate e citate in giudizio. Anche adesso, che al potere c’è il figlio di Lee, Lee Hsien Loong, le persecuzioni per i dissidenti continuano. Un alto funzionario di Human Rights Watch, nel 2010, descrisse Singapore come “l’esempio da manuale di uno Stato politicamente repressivo”.
A sua discolpa, Lee ha sempre sostenuto che Singapore, come altri Paesi asiatici (compresa la Cina) non erano allora pronti per la democrazia di tipo occidentale; che, fra l’altro, non era neanche considerata come la migliore soluzione per l’organizzazione di un paese. Adesso che lui non c’è più, la domanda sorge spontanea: ma questo modello, particolare, di capitalismo potrà sopravvivere al suo ideatore o sarà stato soltanto un passaggio, temporaneo, verso una più piena democrazia partecipativa di Singapore?
Oggi, anche col figlio di Lee al potere, qualche segno di “progresso politico” sembra vedere la luce. Ricchezza più omogenea e l’introduzione di Internet fanno pensare ad un sistema più aperto di prima. Nelle ultime elezioni, tenutesi nel 2011, il Partito di Azione Popolare di Lee, che ha ovviamente vinto, ha preso però “soltanto” il 60% dei voti. Ovvero il dato più basso da quando Singapore ha ottenuto la propria indipendenza, nel 1965.
Con le prossime elezioni, che si terranno nel 2017, molti esperti vedono addirittura il Partito dei Lavoratori, oggi all’opposizione, diventare il più grande, in termini di numeri, nel Parlamento di Singapore. Sarebbe storia.
Una cosa però è certa: da Pechino, l’interesse per ciò che accadrà sarà molto alto. Perché se Singapore – ovvero il grande modello asiatico da seguire – abbraccerà la vera democrazia, la Cina si potrà permettere di rimanere in dietro? 
Intelligente e pragmatico, schietto e determinato, “un modello per i leader mondiali di ieri e di oggi”, come l’ha descritto Barack Obama, “una perdita tanto per la comunità internazionale quanto per Singapore” nelle parole del presidente cinese Xi Jinping. Nonostante abbia governato per trent’anni con il pugno di ferro, Lee Kuan Yew, il padre-padrone della Singapore moderna morto di polmonite a 91 anni il 23 marzo, rimarrà alla storia come l’uomo alla base del miracolo che ha visto la città-stato diventare dal nulla uno dei paesi più ricchi del mondo, centro economico e finanziario internazionale e un modello di ordine, pulizia ed efficienza.
Lee criticava l’atteggiamento eccessivamente liberale delle democrazie occidentali, dove la libertà individuale andava a scapito delle società ordinate, e pretendeva di dimostrare che non necessariamente il successo economico deve andare di pari passo con la democrazia. Il Partito d’azione popolare da lui fondato nel 1954 continua a governare il paese ininterrottamente dal 1959, quando il Regno Unito concesse a Singapore l’autogoverno.
Fino alle sue dimissioni nel 1991, per trent’anni Lee ha guidato la piccola potenza asiatica con un misto di paternalismo autoritario e riforme economiche che abbracciavano il libero mercato mantenendo per lo stato un ruolo di primo piano. La ricetta di Lee includeva anche un’enfasi particolare data all’istruzione, con l’inglese come lingua d’insegnamento principale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: uno dei paesi con il pil pro capite più alto del mondo e un livello di corruzione ridotto ai minimi termini (tra le misure per disincentivare il legame tra corruzione e politica, stipendi stellari per il premier e i ministri) che ha favorito massicci investimenti stranieri privati e portato Singapore all’apice del successo economico.
Tutto ciò, però, a un prezzo. Come Lee stesso candidamente ammetteva, senza usare il pugno di ferro, senza limitare la libertà dei cittadini, non sarebbe mai stato possibile realizzare il miracolo. “Mi accusano spesso di intromettermi nella vita privata dei cittadini. Sì, se non lo facessi, se non l’avessi fatto, oggi non saremmo qui”, ha detto nel 1986 in un discorso alla nazione. In nome dell’ordine e della pulizia, dunque, negli anni settanta vietò agli uomini di portare i capelli lunghi e oggi chi scrive sui muri o non tira lo sciacquone è punito con multe salatissime.
Per salvaguardare la sicurezza, invece, gli oppositori politici sono stati eliminati, la stampa libera ridotta quasi a zero. “Dobbiamo rinchiudere senza processo chiunque disturbi, che siano comunisti, sciovinisti linguistici o estremisti religiosi. Se non lo facciamo il paese andrà in rovina”, ha spiegato sempre nel 1986. La tranquillità con cui riconosceva che la chiave del miracolo era evitare il caos con qualsiasi mezzo non ha impedito ai leader dell’occidente democratico di esprimere la loro ammirazione per Lee. Henry Kissinger una volta disse che, di tutti i leader mondiali incontrati in mezzo secolo, nessuno gli ha insegnato di più del padre della patria di Singapore. Lee non ha mai nascosto nemmeno la sua antipatia per la stampa libera, sia nazionale sia straniera. Non a caso il paese è al 150° posto nella classifica della libertà di stampa di Reporter senza frontiere.

Tra le vicende che l’hanno visto direttamente coinvolto nella lotta personale contro i giornali che lo criticavano, è rimasta leggendaria quella contro la Far eastern economic review, un settimanale di Hong Kong che oggi non esiste più. Nel 2006 Lee accusò di diffamazione il direttore del giornale, Derek Davies, perché in un articolo avrebbe definito “corrotti” lui e suo figlio Lee Hsien Loong, attuale primo ministro. Dow Jones, proprietaria della rivista, fu costretta a pagare i danni. Già negli anni ottanta un numero della rivista era stato tolto dalla circolazione nella città-stato e ristampato localmente senza pubblicità, facendo perdere all’editore i soldi degli inserzionisti.

Lee Kuan Yew, il padre padrone di Singapore 23 MAR 2015



Capitalismo di Mercato e Stato Dispotico. Come fanno a convivere?

Lo Stato dispotico ottiene «la crescita a due cifre che meraviglia l'Occidente» perché può «collezionare rapidamente enorme ammontare di capitale e usarlo ad arbitrio». 

Salva le banche con un costo per il contribuente di 620 miliardi di dollari, pari al 28 per cento del Pil cinese. E solo in apparenza può ricattare Washington grazie alla quantità di titoli di Stato americani nelle sue riserve: questa è «solo la metà di una partita di giro più ipocrita e complicata. Il boom di Wall Street», prima della grande crisi del 2008, «ovvero il capitale fittizio creato dalla politica monetaria insensata di Greenspan, per due settenni di fila ha infatti soccorso di investimenti diretti la Cina». 

Un «gioco delle parti» che continua e che è vischiosa complicità fra sistemi omologanti

Si tratta, sostiene Geminello Alvi, autore di "Il capitalismo. Verso l'ideale cinese" (Marsilio), di un'economia del superfluo e dell'omologato che ha crescente bisogno dello Stato e della creazione di moneta (sorprendenti le pagine sul «vento dell'euro», «che è del Sud-Est e non del Nord» e l'analisi anticipata della crisi greca). 


La Cina è il luogo in cui è stato ufficialmente celebrato il divorzio tra democrazia e mercato – da cui ha avuto origine un nuovo modello, il “capitalismo autoritario” – dove la volontà governativa di celebrare l’identità comunista della nazione si risolve nella nascita di un nuovo business miliardario. 

Il vero “paradosso del dragone” si rivela una volta considerato il modo in cui tali contraddizioni si manifestano nella collettività, in particolare negli atteggiamenti adottati dal popolo cinese nei confronti del proprio modello di crescita.

A fornirci dei dati interessanti a riguardo è Katie Simmons, senior researcher del Pew Research Center, una think thank indipendente con sede a Washington. Quel che emerge dal Global Attitudes Survey 2014 è un duplice risultato: da un lato, una visione cinese complessivamente idilliaca del capitalismo, dall’altro una crescente preoccupazione circa gli elevati livelli di disuguaglianza che questo inevitabilmente comporta.

Posti di fronti all’affermazione “la maggior parte delle persone stanno meglio in un’economia di libero mercato, anche se alcuni sono poveri ed altri ricchi”, circa tre quarti dei cinesi intervistati (76 percento) si sono schierati a difesa del modello capitalista – il più alto consenso fatto registrare dal sondaggio se confrontato alla Germania (73 percento), gli Stati Uniti (70 percento) e la mediana globale tra i paesi rimanenti (64 percento).

Trent’anni di transizione verso il libero mercato hanno permesso il raggiungimento di ritmi di crescita esorbitanti, con una media del 10 percento dal 1980, tanto da rendere l’economia del Dragone oggi la più grande del mondo – stando a quanto riportato nelle ultime stime del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Tuttavia, questa è solo una parte del quadro. Il sondaggio mostra anche un generale disagio per le condizioni economiche prevalenti nella Cina odierna, tra cui l’inflazione (un “problema” per il 38 percento), la corruzione (un “grande problema” per il 53 percento)  e, soprattutto, la disuguaglianza (un “grande problema” per il 42 percento).

Da incolpare per il gap di ricchezza sarebbero, a detta degli intervistati, in primis le politiche governative (43 percento), poi le retribuzioni (18 percento) ed il commercio estero (13 percento).

Una visione parzialmente condivisa anche dagli esperti. “La rapida crescita delle disuguaglianze di reddito in Cina può essere in parte attribuita alle politiche di sviluppo di lunga data del governo, che favoriscono efficacemente i residenti urbani a discapito di quelli rurali, le regioni costiere e quelle più sviluppate a discapito di quelle nell’entroterra”, ha confermato David Zhou, studente di dottorato presso l’Università del Michigan, e coautore di uno studio sulle disuguaglianze economiche.


Il capitalismo rosso è ingolfato e Pechino cerca di riformare il modello economico cinese. L’annuncio arriva dal premier Li Keqiang all’apertura dei lavori del Congresso annuale dell’Assemblea nazionale del popolo.
Il capo del governo comunista ha annunciato alla platea dei circa 3mila delegati provenienti da tutto il Paese anche la necessità di portare avanti la lotta all’inquinamento, che ha definito una “piaga”.
“I problemi profondi dello sviluppo economico del Paese sono sempre più evidenti – ha detto Li Keqiang – Le difficoltà che avremo di fronte quest’anno potrebbero essere più grandi di quelle affrontate in passato, per questo è cruciale avviare le riforme”.
Il governo vuole mettere fine ai monopoli pubblici che paralizzano l’economia e liberalizzare il sistema finanziario.
Un avvertimento al Giappone: l’aumento del 10% del budget per le spese militari.
Le altre priorità sono la lotta alla corruzione e all’inquinamento. 14 membri del parlamento cinese, tra i quali anche due vice presidenti, sono stati esclusi dall’assemblea perché sotto indagine per corruzione, mentre è stato visto da oltre 155 milioni di persone un documentario di una ex giornalista della tv di Stato sul tumore diagnosticato alla figlia quando era ancora nel grembo materno.
Pechino ha la necessità di avviare una crescita più sostenibile anche di fronte al crollo del mercato immobiliare, fino a qualche mese fa motore dell’economia insieme alle esportazioni.
Tianjin Binhai, nel nord-est della Cina, doveva diventare una zona economica speciale, ma la Manhattan d’Oriente oggi è una città fantasma.
“Non credo che la previsione di crescita al ribasso dell’economia cinese sia così spaventosa – sostiene il professore dell’Istitito di Tecnologia di Pechino e analista politico, Hu Xingdou. Il punto è se la Cina è in grado di realizzare una transizione economica, di riammodernare il tessuto industriale e di innovare. Su quest’ultimo punto non sono molto ottimista”.
Il governo vuole far ripartire il motore della crescita attraverso l’innovazione. L’obiettivo è un salto di qualità nella produzione verso prodotti di alta gamma.
Una sfida che apre al periodo della ‘Nuova normalità’, in cui si prevede una crescita più moderata e che non colpisca il mercato del lavoro. Una priorità del regime di fronte al crescente malcontento sociale.









“Per comprendere le relazioni tra Cina e Africa bisogna guardare al di là di qualsiasi rapporto bilaterale e volgere l’attenzione alla tendenza globale verso la modernizzazione e l’industrializzazione“. È quanto sostiene Tang Xiaoyang, ricercatore presso il Center for Global Policy Tsinghua-Carnegie nel suo nuovo libro. Per Tang “i contatti tra Cina e Africa vanno considerati come una nuova fase dello sviluppo dell’economia di mercato globalizzata”.

Secondo Justin Lin Yifu, ex capo economista e vice presidente della Banca Mondiale, il libro di Tang, “China-Africa Economic Diplomacy and its Implications for the Global Value Chain“, esamina le origini storiche e i futuri sviluppi dei commerci tra Cina e Africa, “dimostrando l’inevitabilità e le forze che stanno dietro all’espansione globale della moderna economia di mercato”. Tang è un esperto del coinvolgimento cinese in Africa e ha lavorato presso la Banca Mondiale e diversi istituti internazionali di ricerca.

Gli occidentali accusano la Cina di comportarsi come una potenza neo-coloniale sfruttando le risorse africane. Ma, secondo Tang, è proprio grazie all’estrazione e all’esportazione di risorse che nazioni in via di sviluppo come quelle africane possono accelerare la loro transizione verso sistemi di produzione moderni.

Al loro primo ingresso nei mercati internazionali – sostiene Tang – le nazioni non industrializzate non hanno altra opzione che quella di esportare risorse, così come la Cina ne esportò massicciamente in Giappone durante i primi anni della politica di “Riforme e apertura” di Deng Xiaoping, e così come l’Africa sta facendo oggi. L’Africa possiede risorse non sfruttate e grandi mercati, mentre la Cina è la “fabbrica del mondo”, con una grande domanda di queste risorse. Le due economie sono fortemente complementari, e i loro legami commerciali saranno reciprocamente vantaggiosi.

Tang sostiene che le accuse di sfruttamento rivolte alla Cina siano infondate. La Cina ha bisogno di risorse globali, perché il suo settore manifatturiero rifornisce mercati globali. Meno del 10% del petrolio che Pechino estrae all’estero è spedito in Cina, il resto viene venduto sui mercati internazionali.

Le economie emergenti necessitano di maggiori risorse rispetto ai paesi che si sono sviluppati nei decenni passati, perché oggi si lavora con un alto grado di meccanizzazione, con conseguente maggiore domanda di energia; e perché lo sviluppo delle economie emergenti non è più soltanto una questione interna a questo o quell’altro Stato: esse devono adattarsi all’economia globale. Le economie di Cina, India e dell’Asia sud-orientale hanno tutte sperimentato una crescita trainata dalle esportazioni.

I veri motori dell’estrazione delle risorse sono rappresentati dallo sviluppo tecnologico della società moderna, e dalle richieste dei consumatori.

Tang ritiene che “grandi progetti come, ad esempio, le dighe, abbiano una funzione insostituibile nelle nazioni in via di sviluppo”. Gli odierni alti livelli di consumo e modelli di vita producono un massiccio utilizzo di risorse e cambiamenti climatici. Se anche le nazioni in via di sviluppo adotteranno stili di vita moderni, ciò darà luogo a cambiamenti sociali e ambientali. Anche se scegliessero di non realizzare grandi progetti infrastrutturali, per soddisfare le loro esigenze sociali ed economiche ne sarebbero comunque necessari molti piccoli.

La colpa dei cambiamenti climatici e dei disastri ambientali non è delle singole aziende, ma dell’intero sistema di mercato globale” scrive Tang.

L’estrazione di risorse naturali modifica inevitabilmente l’ambiente. Una parte di questi danni rappresenta il prezzo stesso dell’industrializzazione, un’altra parte è causata da aziende che violano le regole. Tang sembra accettare questi costi: “Se non si apporta alcun cambiamento sostanziale all’economia di mercato globale, l’estrazione di risorse non si fermerà, né dovrebbe essere bloccata, altrimenti ad esserne danneggiate sarebbero solo alcune nazioni e aziende, con nessun beneficio ambientale complessivo”.

Le vedute di Tang sembrano giustificare la produzione e l’esportazione di inquinamento. E le sue teorie si traducono in prospettive sconfortanti per la risoluzione dei problemi ambientali globali.

Tang critica alcuni aspetti del moderno materialismo. A ogni uscita di un nuovo modello di iPhone una massa di consumatori si affretta a cambiare telefonino e in media questi cellulari di Apple in un anno consumano più energia di un frigorifero di medie dimensioni. Nello stesso tempo, l’estrazione delle terre rare, utilizzate per la loro fabbricazione, ha un grosso impatto ambientale.

Ma, a causa dell’elevato livello di divisione del lavoro nel sistema globalizzato, il cammino dall’estrazione dei materiali al prodotto finito è particolarmente tortuoso. In molti, specialmente le “élite” che vivono lontane dai fronti della produzione, non vedono quanti danni ambientali ha provocato il loro apparentemente ordinario consumo.

Tang sostiene che “le industrie manifatturiere affamate di energia e inquinanti, molto probabilmente saranno le prime a spostarsi dalla Cina all’Africa”.

L’anno scorso, durante la Central Economic Work Conference del 2014, alcuni funzionari ammisero pubblicamente che “la capacità di sopportazione ambientale della Cina si avvicina al limite”. Ciò sembra rendere più probabili le previsioni di Tang.

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