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The Environmental Protection Agency’s mission statement reads: “to protect human health and the environment.” Ironically, while the EPA ...

Monday, April 6, 2015

DEMOCRATURA Storia della Democrazia Diretta 2



"La vostra salvezza è nelle vostre mani, la vostra liberazione dipenderebbe solo da voi, se riusciste a mettervi d'accordo; avete tutti i mezzi e le forze necessarie per liberarvi e per rendere schiavi i vostri stessi tiranni. I vostri tiranni, infatti, per quanto potenti e terribili possano essere, non avrebbero alcun potere su di voi senza voi stessi; tutta la loro potenza, tutte le loro ricchezze, tutta la loro forza, viene solo da voi: sono i vostri figli, i vostri congiunti, i vostri alleati, i vostri amici che li servono, sia in guerra sia nei vari incarichi che essi assegnano loro: essi non saprebbero far niente senza di loro e senza di voi. Essi utilizzano la vostra stessa forza contro voi stessi, per ridurvi tutti quanti in schiavitù [...]. Ciò non succederebbe davvero se tutti i popoli, tutte le città e tutte le province si coalizzassero e cospirassero insieme per liberarsi dalla comune schiavitù. I tiranni sarebbero subito schiacciati e annientati. Unitevi dunque uomini, se siete saggi, unitevi tutti se avete coraggio, per liberarvi dalle vostre comuni miserie".

Meslier, "Testamento"


Nel 1762 Rousseau pubblica il Contratto Sociale. In quest’opera rivoluzionaria si afferma il bisogno di creare una società libera ed egualitaria per rigenerare l’umanità. 

Il problema più arduo è mediare tra due realtà che Rousseau ritiene assolutamente certe e oggettive: da un lato, che l’uomo è e deve restare libero; dall’altro, che la società implica un ordine e quindi delle rinunce. 

Rousseau ritiene che sia possibile trovare una soluzione ripensando alla genesi della società. Il filosofo inglese Hobbes aveva affermato che solo una cessione generale di tutti i poteri da parte di tutti gli individui garantiva la tutela dell’uguaglianza tra i membri della società. Anche Rousseau parla di una alienazione totale, di ciascun associato, con tutti i suoi diritti, alla comunità. Egli pone però l’accento sul momento della comunità. In altre parole, per Rousseau l’uomo è persona e la società è un corpo vivente; la salute della società dipende dall’essere dei singoli cittadini; si deve perciò puntare ad una integrazione cooperante tra uomini e società (da ciò deriva anche la strettissima connessione, nell’opera di Rousseau, tra la riflessione sociopolitica e quella antropologico-pedagogica). 

Infatti solo individui opportunamente rigenerati permetteranno una radicale trasformazione della società. 

Secondo Rousseau, i cittadini, pur alienando tutti i loro diritti alla comunità, che ne ricava un massimo di autorità, restano liberi. E restano liberi non solo in quanto acquistano uno stato di assoluta uguaglianza reciproca tutelata dalla legge, ma anche in quanto partecipano attivamente alla vita comunitaria, in quanto gestiscono direttamente il potere politico. 

Rousseau ha compreso, con grande acume, che una delle possibili matrici della illibertà risiede proprio nella delega del potere da parte del complesso dei cittadini ad un gruppo di essi. 

Tale delega appare a Rousseau comunque dannosa. 

La sovranità andrebbe attribuita invece al solo io comune del popolo. 

Solo il popolo è il legittimo titolare del potere. 

Il popolo può bensì affidare per motivi di convenienza pratica la gestione degli affari pubblici ad appositi deputati, ma costoro non devono essere considerati in alcun modo i depositari di una sorta di potere separato

L'idea dei rappresentanti è moderna: essa ci deriva dal governo feudale, da questo iniquo e assurdo governo, nel quale la specie umana è degradata e il nome di uomo è disonorato. Nelle antiche repubbliche ed anche nelle monarchie, mai il popolo ebbe rappresentanti; questa parola non si conosceva. Molto singolare che a Roma, dove i tribuni erano così sacri, non si sia neanche immaginato che essi potessero usurpare le funzioni del popolo, e che in mezzo ad una così grande moltitudine essi non abbiano mai tentato di far passare di testa loro un solo plebiscito [...].

Presso i Greci, tutto quello che il popolo doveva fare lo faceva da sé; esso era continuamente adunato nella piazza. Abitava in un clima dolce; non era avido; gli schiavi facevano i suoi lavori; il suo grande problema era la sua libertà. Non avendo più gli stessi vantaggi, come conservare gli stessi diritti? I vostri climi più rigidi creano più bisogni: per sei mesi dell'anno non è possibile trattenersi sulla pubblica piazza; le vostre lingue sorde non possono farsi udire all'aria aperta; vi occupate più del vostro guadagno che della vostra libertà, e temete molto meno la schiavitù che la miseria.

Come? La libertà si mantiene soltanto con l'appoggio della schiavitù? Può darsi. I due estremi si toccano. Tutto ciò che non è nella natura ha i suoi inconvenienti, e la società civile più di tutto il resto. Vi sono certe condizioni disgraziate in cui non si può conservare la propria libertà se non a spese di quella altrui, e il cittadino non può essere perfettamente libero se lo schiavo non sia estremamente schiavo. Tale era la condizione di Sparta.

Quanto a voi, popoli moderni, non avete schiavi, ma lo siete voi stessi; voi pagate la loro libertà con la vostra.

Avete un bel vantare questa preferenza; trovo in voi più vigliaccheria che umanità.

Non intendo dire affatto con tutto ciò che occorra avere schiavi, né che il diritto di schiavitù sia legittimo, poiché ho dimostrato il contrario: dico soltanto le ragioni per cui i popoli moderni che si credono liberi hanno rappresentanti e i popoli antichi non ne avevano. Comunque sia, nel momento in cui un popolo si dà dei rappresentanti, non è più libero; esso non esiste più.

Jean-Jacques Rousseau Contratto sociale, Einaudi, Torino 1966,  

L’ideale politico delineato da Rousseau si incarna in una comunità di non grandi dimensioni, in cui il cittadino sia, insieme, governato e governante (dietro tutto ciò c’era forse il modello di Ginevra). 

Ma un modello politico del genere è concretamente realizzabile? Rousseau risponde che l’uomo non è solo istinto, mera volizione egoistica e cieca; egli è anche ragione, coscienza, riflessione. Perciò può riuscire a guardare al di là del proprio perimetro soggettivo, a cogliere valori più ampi, a partecipare ad istanze che lo trascendono, pur restando anche sue proprie istanze. 

Questa capacità gli consente di ascoltare una volontà che non è la sua semplice volontà individuale, ma è la cosiddetta volontà generale. Essa è la voce della collettività, l’espressione degli interessi socialmente costituiti, la prospettiva rivolta costantemente all’utilità generale (bene comune). 

Obbedendo alla volontà generale, l’uomo obbedisce pertanto a se stesso, anzi, alla parte più razionale e morale di se stesso; per questo una tale obbedienza pone in essere la sola libertà degna di questo nome. In breve, l’uomo è propriamente tale solo in quanto è cittadino che coglie ed accetta le esigenze profonde e razionali della società. 

ROUSSEAU A cura di Ernesto Riva

Gli inglesi, segnatamente E. Burke (1729-1797), guardarono con preoccupazione e deplorazione ai tentativi effettuati dai rivoluzionari giacobini di introdurre in Francia forme di democrazia diretta, peraltro, di breve e non brillante durata. Infatti, come sottolineò F. Furet, il linciaggio a furor di popolo degli aristocratici e dei preti nel settembre 1792, fu l’atto finale della democrazia diretta, consegnata alla Costituzione giacobina sotto forma di mandati corti dei rappresentanti e di assemblee popolari per la ratifica delle leggi.
Venne rapidamente sostituita dalla democrazia rappresentativa, ovvero dalla Convenzione che si assunse la responsabilità di emanare la condanna a morte del sovrano Luigi XVI nel gennaio 1793. 
Curiosamente, fu sulle altre rive dell’Atlantico, nella nascente democrazia USA, che inglesi, dissenzienti religiosi e loro discendenti, fecero ampio ricorso alla democrazia diretta. I fedeli e i credenti si riunivano nelle loro chiese e nelle loro piazze dove, dopo scambi di idee e dibattiti anche accesi, decidevano, direttamente. Rapidamente, in quelle stesse comunità, spesso piccole, coese e piuttosto omogenee, dal punto di vista religioso e sociale, furono i cittadini a chiamarsi a raccolta, a consultarsi, a riunirsi dando vita ai cosiddetti town meeting. Queste modalità di democrazia diretta non sono mai del tutto venute meno negli Stati Uniti d’America. 


Il termine Town Meeting potrebbe essere tradotto come assemblea cittadina e va inteso non solo come evento ma anche e soprattutto come forma di governo democratico diretto che interessa principalmente gli stati del New England degli USA.
Town Meeting del New England risalgono al 17º secolo e prevedono che la maggior parte o tutti i membri di una comunità si riuniscono a legiferare politiche e bilanci per il governo locale.
Il termine è stato di recente ampliato per fare riferimento a quegli incontri pubblici non-ordinari, che attirano la gente in un'area geografica per discutere questioni ritenute problematiche. Il termine è comunemente usato dai politici negli Stati Uniti per descrivere forum in cui gli elettori possono fare domande. Mentre, in Europa ed in Italia, il termine è associato a percorsi inclusivi di natura partecipativa che avvengono principalmente attraverso la modalità elettronica (Electronic Town Meeting). 
Il Town Meeting inteso come forma di governo democratico diretto ha delle affinità con varie forme storicamente determinate di rappresentatività e gestione del potere legislativo ed amministrativo: le polis dell'antica Grecia, i comuni medievali italiani, i mirs rurali della Russia, il tun germanico, i pueblos spagnolo, e le les assemblées communales et départementales (sezioni urbane) della Rivoluzione francese[1], i Landsgemeinde svizzeri ed altri istituti di autogoverno locale. Interessante parallelo anche con l'esperienza dei Centri di Orientamento Sociale promossi da Aldo Capitini nel dopoguerra.
Nel 1998, AmericaSpeaks, una organizzazione no-profit che si occupa di coinvolgimento dei cittadini nelle decisioni politiche, realizza una versione elettronica dei Town Meeting, 21st Century Town Meeting. A differenza dei Town Meeting tradizionali, il 21st Century Town Meeting non è una forma di governo locale e le discussioni che vengono prese in questa assemblea non sono vincolanti e non costituiscono azione legislativa. Questa versione moderna ed elettronica del Town Meeting è stata usata in varie occasioni e a varie scale negli ultimi anni, ad esempio è dallo Stato della California per discutere del proprio sistema sanitario (1998), dal governo locale della città di New York per decidere come ricostruire Ground Zero (2002), o nel caso di New Orleans per definire il piano di ricostruzione della città dopo le distruzioni dell'uragano Katrina (2007). 
In Italia, il Town Meeting arriva solo nella versione elettronica derivata dal 21st Century Town Meeting di AmericaSpeaks, realizzata da Avventura Urbana.
Il primo documento audiovisivo su un Town Meeting è quello presente nel documentario The City (1939), diretto da Ralph Syeiner e Willard Van Dyke.
Una recente rivisitazione del Town Meeting è quella del film di animazione The Nightmare Before Christmas (1993), diretto da Henry Selick e prodotto da Tim Burton.

Town Meeting Wikipedia

Nel contesto europeo, di lenta democratizzazione e di faticosa affermazione della democrazia parlamentare, la rappresentanza  prese il sopravvento su quel poco che c’era stato di democrazia diretta. 

L’ultima, grande e vivida fiammata di democrazia diretta si ebbe, con la benedizione di K. Marx, nella Comune di Parigi (marzo-maggio 1871), breve e tragico esperimento di autogoverno, nel corso del quale venne anche introdotto un principio, già circolante nel contesto USA: quello della revoca (rappelrecall) degli eletti

Petroleuse - 1871

Meravigliosa, in verità fu la trasformazione operata dalla Comune di Parigi! Sparita ogni traccia della depravata Parigi del secondo Impero. Parigi non fu più il ritrovo dei grandi proprietari fondiari inglesi, dei latifondisti assenteisti irlandesi, degli ex-negrieri e affaristi americani, degli ex-proprietari di servi russi e boiardi valacchi. Non più cadaveri alla “morgue”, non più rapine e scassi notturni, quasi spariti i furti. Invero per la prima volta dopo le giornate del febbraio 1848, le vie di Parigi furono sicure, e questo senza nessuna vigilanza di polizia.


“Non sentiamo più parlare – diceva un membro della Comune – di assassinii, furti, aggressioni. Si direbbe veramente che la polizia ha trascinato con sé a Versailles tutta la sua clientela conservatrice.

“Le cocottes avevano seguito le orme dei loro protettori – gli scomparsi campioni della famiglia, della religione e, al di sopra di tutto, della proprietà. Al loro posto ricomparvero le vere donne di Parigi, eroiche, nobili e risolute come le donne dell’antichità. Una Parigi che lavorava, pensava, combatteva, dava il proprio sangue, quasi dimentica, nella gestazione di una società nuova, raggiante nell’entusiasmo della sua iniziativa storica, che i cannibali erano alle sue porte!”



Il 18 marzo del 1871, il popolo di Parigi insorgeva contro il tradimento delle classi dirigenti durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871 ed i rischi di una restaurazione monarchica. Fu una rivoluzione popolare perché l’84% dei Comunardi arrestati erano operai, perché lo erano il 30% dei membri del Consiglio Generale della Comune, perché la legislazione della Comune fu sociale. Era una classe operaia intermedia fra quella delle botteghe artigiane tradizionali e quella delle prime fabbriche moderne, adolescente, senza esperienza, isolata, divisa fra neo-giacobini, proudhoniani, neo-proudhoniani, blanquisti, bakouninisti, marxisti, massoni...

Quella della Comune fu una vera democrazia diretta: gli eletti erano revocabili, legati ad un mandato, sottoposti alla pressione delle camere sindacali, dei club, dei comitati di donne, della stampa, non vi era delega dei poteri né burocrazia. Sorsero fabbriche cooperative, vide la luce il primo movimento femminile di massa, l’Unione delle Donne, che ottennero che a eguale lavoro fosse corrisposto uguale salario e crearono numerose fabbriche autogestite. La libera unione divenne ufficiale e la famiglia costituita fuori del matrimonio (concubinato, figli naturali) venne legalmente riconosciuta. La prostituzione, considerata una forma “di sfruttamento commerciale di esseri umani da parte di altri esseri umani” venne bandita.


Le donne,  come Jeanne-Marie, alla quale rese omaggio Arthur Rimbaud, e Louise, l’infermiera della Fontaine-au-Roi, alla quale Jean-Baptiste Clément dedicò Le Temps des Cerises, combatterono sulle barricate. In un mondo afflitto dalla cancrena del razzismo, della xenofobia, del nazionalismo, la Comune realizzò il motto del Manifesto comunista “Proletari di tutti i paesi, unitevi”: parteciparono alla Comune Belgi, Garibaldini, Ungheresi, Polacchi e con essa solidarizzò attivamente il movimento operaio internazionale.

La Comune abolì il lavoro notturno, proibì le multe e le trattenute sui salari, combattè la disoccupazione, vietò l’espulsione degli inquilini, requisì gli alloggi sfitti. L’Esercito fu sostituito dal popolo in armi, la Guardia Nazionale, che eleggeva i suoi ufficiali ed i suoi sottufficiali. La giustizia fu gratuita, la difesa libera, il giuramento politico di magistrati e funzionari, anch’essi eletti e revocabili, soppresso. Le Chiese furono separate dallo Stato, la scuola divenne laica, gratuita ed obbligatoria, l’insegnamento fu riformato. Riaprirono biblioteche, musei, teatri. (inoltre retribuì i funzionari pubblici e i membri del Consiglio della Comune con salari prossimi a quelli operai).


La Federazione degli Artisti (Courbet, Daumier, Manet, Dalou, Pottier…) mise in cima al suo programma “la libera espansione dell’arte, libera da ogni tutela governativa e da ogni privilegio”. 


Alcuni provvedimenti della Comune ebbero un forte valore simbolico: il 28 marzo fu adottata la bandiera rossa e fu ristabilito il calendario repubblicano (anno 79 della Repubblica), il 12 aprile venne decretata la distruzione della colonna Vendôme, simbolo del dispotismo imperiale, che venne abbattuta il 16 maggio (Gustave Courbet verrà condannato a rimborsare i 323 091 franchi spesi per ricostruirla). 


Venne decisa la confisca dei beni del capo del governo di Versailles, Thiers e la distruzione della sua casa a Parigi (Thiers si farà rimborsare oltre 1 milione di franchi).

L'arrestation de Louise Michel le 24 mai 1871, par Jules Girardet.

Il 21 maggio le truppe del governo di Versailles entrarono a Parigi, il 23 uscì l’ultimo numero, il 68, del Père Duchesne, il 26 venne fucilato, in ginocchio, sugli scalini del Pantheon, Jean-Baptiste Millière, il 27 cadde l’ultimo bastione dei Comunardi, il 28 un numero tuttora ignoto di combattenti vennero uccisi davanti al Muro dei Federati e venne fucilato Louis Roussel, delegato alla guerra della Comune. 

La repressione durante e dopo la “settimana di sangue” (21-28 maggio 1871) che segnò la fine della Comune fu proporzionata alla paura ed all’odio delle classi dominanti: almeno 30.000 persone (fra cui donne e bambini) furono massacrate, i prigionieri furono 36.000, 4.586 i deportati in Nuova Caledonia. 

Ma “il cadavere è a terra, l’idea è in piedi”, come scrisse Victor Hugo: la Comune, dopo aver ispirato  – fra innumerevoli altri tentativi –  la Rivoluzione russa del 1917, la Rivoluzione spartachista, la Comune di Canton del 1927, il Fronte popolare, la Resistenza, il maggio 1968 e la rivolta del Chiapas, vive nelle lotte di oggi e di domani.

Chi si reca oggi a Parigi al cimitero del Père Lachaise e lo traversa fino all’angolo nord-est dove, accanto alle tombe dei combattenti del movimento operaio, dei combattenti contro il nazifascismo, ai monumenti che ricordano i deportati nei campi di sterminio si erge il Muro dei Federati, che indica l’esistenza di una fossa dove furono gettati decine di migliaia di cadaveri, potrà vedere in tutte le stagioni dell’anno e con ogni tempo un flusso pressoché ininterrotto di persone di ogni età e provenienza che vengono a raccogliersi davanti a quel muro, depongono un fiore ai suoi piedi. 

LA COMUNE DI PARIGI

Rimanendo in Europa, è la Rivoluzione bolscevica che sembrò aprire nuovi spazi e grandi opportunità alla democrazia diretta con la creazione dei consigli (Soviet) dei contadini e degli operai (anche dei marinai nella breve epopea dell’insurrezione di Kronshtadt). 

Riunione del Soviet di Pietrogrado1917
I Soviet avrebbero dovuto costituire la struttura fondamentale dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), nata a seguito della presa del potere dei bolscevichi. Dal febbraio (marzo) 1917, quando vi fu il crollo dello zarismo, lo slogan coniato da Lenin, che permise ai comunisti di scalzare il governo Kerenskij, ormai debole e screditato, fu Tutto il potere ai soviet!.
In genere i soviet nascevano come strutture nell'ottica della lotta di classe (comitati di sciopero, comitati di occupazione delle terre, organi di autogestione di truppe ammutinate), per questo erano di solito legati strettamente ai posti di lavoro ed in particolare alle fabbriche, ma esistevano anche soviet di villaggio (che rappresentavano contadini e braccianti) o cittadini (talvolta costituiti da delegati delle varie fabbriche e organizzazioni politiche), così come soviet di soldati o marinai costituiti al fronte, nelle caserme o sulle navi da guerra. Per analogia, anche altri settori sociali costituivano episodicamente dei soviet: soviet degli scrittori, soviet degli artisti ecc.
Durante la rivoluzione d'ottobre i bolscevichi espressero la loro concezione di dittatura sovietica come un sistema in cui tutti i "partiti sovietici" (cioè i partiti della classe operaia e dei contadini: principalmente comunisti, menscevichi, socialisti-rivoluzionari ecc.) si sarebbero confrontati democraticamente all'interno dei soviet degli operai, dei contadini e dei soldati. Le forze controrivoluzionarie sarebbero state poste fuori legge. I soviet avrebbero costituito una struttura di tipo piramidale, eleggendo all'istanza superiore delegati soggetti al diritto di revoca immediata da parte del loro elettorato, qualora avessero perso la sua fiducia; nessun funzionario eletto avrebbe potuto ricevere uno stipendio che lo allontanasse dal tenore di vita di un operaio qualificato.
Questo modello teorico venne applicato sempre più parzialmente con l'aggravarsi delle condizioni politiche, sociali ed economiche del Paese che stava sprofondando nella guerra civile. Solo per quanto riguarda i primi anni successivi alla rivoluzione d'ottobre quindi i soviet funzionarono come organi di democrazia rivoluzionaria, perdendo però rapidamente le loro funzioni ed in alcuni casi repressi. [5] [6] [7] Con l'ascesa di Josif Stalin essi vennero poi completamente svuotati di significato e, nella Costituzione sovietica del 1936, furono di fatto assimilati in un sistema istituzionale molto simile (sulla carta) ad una repubblica parlamentare[8]
Forme di democrazia operaia o contadina di tipo consiliare, che spesso venivano chiamate a loro volta soviet in riferimento all'esperienza russa, si sono formati numerose volte nella storia dei movimenti rivoluzionari di massa. Si pensi per esempio ai Consigli (Räte) degli Operai, dei Soldati e dei Marinai costituiti nel 1918 durante la Rivoluzione Tedesca del 1918, ai soviet della rivoluzione ungherese dello stesso anno, ai consigli di fabbrica nel biennio rosso italiano, ai soviet cinesi del periodo 1928-1934, alle shora nate in Iran nel 1979 prima del khomeinismo, ecc.
Sarebbe stato davvero sorprendente se quell’accentratore di V.I. Lenin avesse proceduto lungo la strada della democrazia diretta, d’altronde non presente neppure nel pensiero politico di L.D. Trockij. Anche se in Europa, sia a Monaco di Baviera (1919) sia a Torino (1920), vi furono imitazioni di consigli operai rivoluzionari accompagnati da autogestione delle fabbriche, qualsiasi velleità rimasta di democrazia diretta venne spenta in Unione Sovietica dall’ascesa di I.V. Stalin

Il partito unico è totalitario: altri spazi politici sono inesistenti. Al di fuori del partito nessuna attività politica è concessa. Dentro il partito rimane il centralismo democratico ovvero il dominio della segreteria, il centro, sulla democrazia.

Nella maniera che si conviene a una democrazia decentrata, cangiante ed effervescente, elementi di democrazia diretta continuavano a sussistere un po’ dappertutto sul territorio statunitense. Nessuna ricognizione è possibile proprio per la manifestazione spontanea e non regolamentata di quelle esperienze. Volendo, si potrebbe tornare alla famosa dichiarazione di A. Lincoln a Gettysburg (1863) sulla democrazia: «government of the people, by the people, for the people». 

Il popolo si esprime attraverso (of) le elezioni, ma può anche governare direttamente (by) e il governo deve perseguire l’interesse (for) del popolo. 

L’affermazione e il consolidamento della democrazia parlamentare rappresentativa fatta funzionare dai partiti, essenziali a una democrazia di questo tipo, cancellò, tranne che in Svizzera (incidentalmente, caso di democrazia federale con forma di governo direttoriale), qualsiasi «residuo» di democrazia diretta. 

D’altronde, nelle democrazie dei grandi numeri di elettori, per di più, almeno fino al secondo dopoguerra, con basso livello di istruzione, la rappresentanza attraverso i partiti era l’unica garanzia che interessi e preferenze della maggior parte degli elettori venissero effettivamente presi e tenuti in considerazione dagli uomini di partito, dai loro candidati e dai loro eletti, tutti interessati alla rielezione. 

Di democrazia diretta non si parlò praticamente più per un periodo di diversi decenni, anche se con pochi politici e qualche studioso caddero nell’equivoco, più o meno voluto e consapevole, di identificare la democrazia diretta con l’elezione (popolare) diretta dei capi degli esecutivi, in primis, dei presidenti delle repubbliche latino-americane. Non è così. 

Ed è egualmente sbagliato pensare che la democrazia partecipativa non possa che essere democrazia diretta. Molte democrazie parlamentari rappresentative sono innervate da solide reti di associazioni, partiti compresi e spesso centrali, che garantiscono ampie possibilità di partecipazione politica. Comunque, tutte le democrazie sono, in qualche misura, partecipative: i cittadini partecipano alle elezioni, oltre che, ogniqualvolta lo desiderino, a qualsiasi attività politica associandosi e manifestando, in una pluralità di forme, approvazione o contestazione. 

Non è casuale che la richiesta di forme e di modalità di democrazia diretta abbia fatto la sua ricomparsa con i movimenti del Sessantotto. Da un lato, si affacciava alla politica una nuova generazione, quella dei babyboomer nati dopo la Seconda guerra mondiale e cresciuti in un periodo di grandi opportunità, aspettative, speranze, nonché attrezzati con un più elevato livello di istruzione. Dall’altro, cominciava a manifestarsi la crisi dei partiti e della loro capacità di comprensione delle nuove domande politiche, non più soltanto ordine e sicurezza e stabilità dei prezzi, ma anche libertà di parola e opportunità di autorealizzazione.
Il segnale più forte e più evidente di ricomparsa della democrazia diretta avviene in due situazioni, lontane fra loro e per questo particolarmente significative: l’Italia e la California. Nel 1970, la legge attuativa del referendum, ancorché soltanto abrogativo, aprì la strada in Italia a una lunga stagione referendaria cominciata nel 1974, ma probabilmente giunta a esaurimento nel 2009: 62 referendum svoltisi nell’arco di 35 anni. 

In California, il referendum è più correttamente un’iniziativa legislativa popolare che viene sottoposta da un certo numero di elettori (oggi, da potenti lobbies in grado di raccogliere le firme necessarie) a tutti gli elettori. La nuova fase iniziò con la dirompente Proposition 13 che ridusse significativamente le tasse sulle proprietà immobiliari e che, incidentalmente, aprì la strada alla «rivoluzione neoconservatrice» del futuro presidente R. Reagan

Continua con la possibilità di «mettere» sulle schede elettorali per tutte le consultazioni importanti tematiche da decidere per via referendaria (di recente, la più frequentemente inserita è il matrimonio fra persone dello stesso sesso).
La maggior parte delle democrazie parlamentari (e semipresidenziali) europee sono rimaste relativamente estranee a spinte e fenomeni di democrazia diretta. 

Tuttavia, praticamente ovunque in Europa si sono avuti referendum, in particolare concernenti tematiche europee, adesione e approvazione dei trattati. Persino la patria del modello Westminster, nella quale il Parlamento è sovrano, ha delegato agli elettori attraverso un referendum tenuto nel 1975 la sua adesione all’allora Comunità economica europea. 

Dal punto di vista della teorizzazione, hanno fatto la loro comparsa almeno due fenomeni di notevole rilevanza: da un lato, la democrazia deliberativa, dall’altro, il bilancio partecipativo. La prima è essenzialmente uno strumento complesso e delicato che mira a raccogliere le preferenze dei cittadini, a istruirli, a plasmare una decisione largamente condivisa attraverso forme di coinvolgimento e modalità di apprendimento e di decisione. Ovviamente, il livello di applicazione è quello delle comunità municipali. Il bilancio partecipativo è, invece, davvero uno strumento di democrazia diretta con il quale i cittadini decidono come, a quali attività, in che modo devolvere una parte del bilancio della loro comunità. 

Secondo alcuni, la democrazia diretta starebbe finalmente per diventare possibile grazie alla disponibilità degli strumenti tecnologici più avanzati e moderni. Mentre, negli USA, ritornano alla ribalta veri e propri town meeting, almeno come situazione nella quale gli eletti, persino il presidente B. Obama, accettano di partecipare e confrontarsi, oppure, addirittura, li fanno organizzare. La California ha nuovamente offerto un esempio della effervescenza (e volubilità) della sua politica producendo nel 2003 il secondo esempio di revoca (recall) popolare di un governatore in carica. L’unico altro caso si verificò in precedenza nel Nebraska nel 1921.

Grazie a Internet sembra diventare possibile una sorta di agorà telematica nella quale i cittadini, con un minimo di digital divide, vale a dire di diseguaglianza fra categorie – giovani e anziani, istruiti e no, che hanno accesso e possibilità differenziate – godono della enorme opportunità di comunicare fra loro, per es., con i blog, e, eventualmente, persino di decidere in tempo reale. 

"RUSSIA , Ungheria e Turchia non sono esempi isolati. Se l'Occidente non reagirà in fretta, le democrature si moltiplicheranno. Soprattutto in Europa". 

L'allarme lo lancia John Feffer. Direttore del think tank di Washington "Foreign Policy In Focus" e acuto esperto geopolitico, Feffer studia da anni le "democrature" del Vecchio continente, come le ha definite, tra gli altri, lo scrittore croato Predrag Matvejevic

E cioè quegli apparati politici che, specialmente dopo l'addio a assolutismi o totalitarismi, garantiscono solo in apparenza libertà e diritti. 

Sono le "democrazie illiberali" coniate da Fareed Zakaria e invocate oramai apertamente dal premier ungherese Viktor Orbán

Come dimostra l'ultimo rapporto "Freedom House 2015", per il nono anno consecutivo democrazia e libertà sono regredite nel mondo, stavolta in ben 61 paesi. Tra questi, anche la Russia di Putin.

L'efferato omicidio Nemtsov cambierà Mosca, signor Feffer?
"Difficile dirlo. La Russia è un Paese che, dopo il crollo dell'Unione Sovietica e la grande enfasi della "transizione", non ha sviluppato fondamenta democratiche, a differenze di quelle economiche architettate da oligarchi e "capitalisti rossi". Questo anche a causa della comunità internazionale".

In che senso?
"L'Occidente pensava che la caduta del Muro e il liberismo economico fossero sufficienti per innescare un solido processo democratico. Ma questo non è successo. Oligarchi e politici come Zhirinovski fecero la guerra a Eltsin, preparando l'avvento di Putin".

Paradossalmente, però, Russia e Turchia negli anni scorsi si sono avvicinate molto all'Europa e ai suoi valori, per non parlare dell'Ungheria, già membro Ue. Poi, però, si sono ritratte ed estremizzate. Come mai?
"Ankara ha provato a entrare nella Ue, ma questa ha poi rifiutato, per divergenze economiche e politiche tra stati. Così Erdogan ha sfruttato la delusione dei turchi per allontanarsi dall'Occidente e riavvicinarsi a Mosca, come Orbán del resto. In Ungheria, c'è acredine verso le politiche economiche e sociali della Ue, Budapest si sente minacciata dalla globalizzazione. L'esito della battaglia di Orbán con- tro i valori europei sarà decisiva".

Perché?
"Perché se riuscirà a imporsi sull'Europa, la sua Ungheria potrebbe diventare un modello e scatenare altre democrature in incubazione. Penso alle spinte più conservatrici della Polonia o a certe posizioni illiberali del premier Robert Fico in Slovacchia. O alla Croazia. Se cresce la delusione nella politica e nell'economia globalizzata, se non si fa nulla per ridistribuire la ricchezza concentrata nelle mani di pochi, la democratura non sarà più solo un apparato transitorio, ma diventerà un'alternativa stabile e credibile. E attecchirà anche in Usa, Giappone o Italia. C'è il rischio di diventare tutti piccole democrature".

Ma com'è possibile che il mondo global e ultraconnesso, nel quale i valori democratici sono maggiormente veicolati, rinunci sempre di più a libertà e diritti?
"Perché l'incrocio tra nazioni e culture diverse nel mondo in genere non porta democrazia, ma contrasti. E lo abbiamo visto negli ultimi trent'anni. Basti pensare ai valori occidentali "pericolosi" o "libertini" che hanno unito Russia, Turchia e Ungheria. Dopo la Seconda guerra mondiale, l'Occidente è riuscito a cementare le sue democrazie liberali grazie alle risorse degli Stati Uniti e a un sistema geopolitico relativamente stabile come quello della Guerra fredda. Oggi tutto questo è scomparso ".

E dunque qual è la soluzione?
"Bisogna rivalutare il ruolo democratico dello Stato, unico argine contro le disuguaglianze e i lati oscuri dell'economia globalizzata che danno tanti argomenti a gente come Putin e Orbán. Che, non a caso, si pavoneggiano come "difensori dello Stato". I Paesi Bassi, per esempio, nonostante incarnino una nazione aperta e accogliente, mantengono welfare e sicurezze sociali poderosi. Questa è la via. Purtroppo, l'Europa sta andando nella direzione opposta".

John Feffer: "Europa stai attenta, il modello 'democratura' ha già vinto in Ungheria e Turchia" ANTONELLO GUERRERA  07 marzo 2015


Di recente, alcune grandi firme del giornalismo italiano, quali Giampaolo Pansa ed Eugenio Scalfari, si sono esercitate nel segnalare e denunciare i pericoli di una “dittatura” renziana. Starebbe emergendo una democratura, una forma di governo e di società meno democratica e più oligarchica

Possibile con la Costituzione in vigore? Possibile visto che i trattati europei sono riservati ai soli stati democratici? Matteo Renzi starebbe, dunque, vestendo i panni del premier magiaro Viktor Orban e si preparerebbe a ridimensionare, in successione rapida, ruolo del Parlamento, libertà di stampa, raggio di azione della magistratura e molto altro ancora.

Ciò che sta accadendo è il risultato di un’incapacità della conosciuta forma di governo materiale italiano di reggere la pressione imposta sui sistemi economici nazionali dalle tre dinamo del cambiamento permanente planetario: le riforme imposte dall’euro germanizzato; la produttività pretesa dalla innovazione tecnologica continua; la competizione nei fattori produttivi correlata alla globalizzazione. Per governare questo nuovo contesto servono politiche economiche in parte originali e tempi di elaborazione e di implementazione delle stesse, non da Italia dei decenni più recenti. Se nell’ultimo lustro il Pil si è ridotto quasi del 10 per cento, non è solo per semplici effetti esogeni; molte della cause della decrescita sono endogene.

In questo quadro si accusa il premier quarantenne di ascoltare più i suoi consiglieri che non i ministri. Andrea Guerra, mai nominato da alcun decreto, nella stagione del renzismo di governo avrebbe un ruolo più importante di Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, nel definire i dossier caldi delle riforme. Se è davvero così, allora significa che Palazzo Chigi sta diventando più simile alla Casa Bianca e sarebbe una buona notizia. Chiunque conosce gli Stati Uniti sa perfettamente che lì i ministri sono semplici responsabili di amministrazioni verticali. La politica fiscale la sceglie il Presidente ascoltando i suoi consiglieri, il ministro del Tesoro americano è quasi solo chiamato ad applicarla. Le riforme in America, nei tempi più recenti, le hanno fatte Ronald Reagan, Bill Clinton e, in sanità e qualcosa sul fisco, Barack Obama, imponendo la loro agenda e la loro visione di politica economica. Così funziona la più importante democrazia del mondo. A Downing Street non è molto diverso. La politica economica della stagione di Margaret Thatcher è tutta riferibile alla Lady di ferro, neppure si ricorda più il nome del suo ministro del Tesoro.

Significa che se il renzismo di governo saprà produrre tanta crescita economica e un Pil in rialzo fino al 3 per cento, allora il dibattito sulla democratura lo risolveranno gli elettori: tra un eccesso di confronto democratico e più sviluppo economico hanno già scelto per il secondo. Perché l’Italia, uscita stremata dalla sua peggiore recessione, mai come oggi vuole farsi sedurre da chi sa realizzare più Pil.
La presunta “democratura” renziana non è una deriva pericolosa  Edoardo Narduzzi | 10 Marzo 2015

Gli italiani si avviamo ad essere un popolo di comandati. Il fenomeno si realizza senza che ce ne rendiamo conto, oppure con quella sottaciuta voluptas dolendi che da sempre abbiamo irresponsabilmente covato dentro di noi. Fino al fascismo e ai nostri giorni. 

La nostra caratteristica principale è applaudire chi, per nostra volontà, sta sul carro e lo guida. L’auriga diventa così ai nostri occhi il capo indiscusso. Criticarlo sarebbe un’azione disdicevole, sia ai nostri occhi sia per tutti gli italiani comandati da questa guida da guerra. O tenta di comandare. Chi non segue è morto. E gli italiani, si sa, non amano parlare male di un morto.
Così, nel 1949, interpretando la cultura dei suoi connazionali, Curzio Malaparte scriveva: “Strano popolo il nostro! Finché sei vivo, non ti risparmiano nessuna calunnia, nessun vituperio: ma appena muori, guai a chi parla male di te. Gli Italiani hanno paura dei morti. Temono che i morti vengano la notte a tirarli per i piedi”. Questo accadeva per Mussolini e per tutti gli altri esseri mortali. Ed è così, gli Italiani amano i vivi, i superattivi, capaci di mettersi al posto loro per riceverne aiuti e benefici. Odiano il passato e i suoi eventi ammonitori. O, semplicemente lasciano fare, anche se la strada che stanno percorrendo è una china pericolosa, e non una difficile salita verso la conquista di qualcosa più in alto: un traguardo, una cima, un risultato buono per la collettività.
Cosa che mi pare stia accadendo al governo Renzi e a quel clima renzusconista che si sta sempre più radicando nella mente di ciascuno. Berlusconi tira a campare e lascia fare agli allievi della sua scuola allegra, pragmatica e del chi si ferma è perduto, che costringe il nostro governo a tentare di bruciare tempi, tagliare teste, e procedere verso il traguardo come tank o bulldozer. Noi “tireremo innanzi” diceva la buonanima. E lo ripere con nonchalance Renzi.
Tant’è – lo notava lo stesso Malaparte – che “è pretesa costante degli Italiani che il proprio Governo debba essere tanto più forte quanto l’Italia è più debole, salvo a esiger che sia debolissimo allorché l’Italia è forte, o si immaginano che sia forte”.
Stefano Rodotà è stato abbastanza accurato nel definire lo stato di progressiva demolizione della nostra democrazia, dovuto anche allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, oltre che di punti nevralgici della seconda parte della nostra Costituzione. E in questa valutazione abbiamo trovato d’accordo Nicola Tranfaglia e molti intellettuali e politici italiani, di destra e di sinistra, che senza ubbidire alle scuderie di partito, hanno dichiarato la loro preoccupazione per la vistosa contrazione degli spazi di democrazia nel nostro Paese.
Ecco che cos’è la democratura. Se il malato non peggiora resterà tale. Altrimenti la strada è già segnata. A parte la scarsa significanza dei centurioni del Senato, ridotti a mera coreografia, preoccupa il grave contenimento delle funzioni della Camera dei deputati, praticamente nominata da irresponsabili segretari di partito, passati tutti al ruolo di capetti autoritari. Un giorno forse saranno generali senza esercito. Ma quando ce ne accorgeremo non so quale esercito, popolo e Nazione italiana avremo.

Cos’è la democratura Giuseppe Casarrubea 19 marzo 2015

Ecco cosa accadrà se le “riforme” di Renzi, Berlusconi & C. entreranno in vigore: un regime da “uomo solo al comando” senza opposizioni né controlli né garanzie. Un disegno incostituzionale e piduista.


1. CAMERA. La legge elettorale Italicum made in Renzi, Boschi, Berlusconi e Verdini conferma le liste bloccate (incostituzionali) del Porcellum, con la sola differenza che saranno un po’ più corte. La sostanza è che i 630 deputati saranno ancora nominati dai segretari dei partiti maggiori. Quelli medio-piccoli invece resteranno fuori da Montecitorio grazie a soglie di sbarramento spropositate: 4,5% per quelli coalizzati, l’8% per quelli che corrono da soli e il 12% per le coalizioni. Per ottenere subito il premio di maggioranza, il primo partito (o coalizione) deve raccogliere almeno il 37% dei voti: nel qual caso gli spetta il 55% dei seggi, pari a 340 deputati. Se invece nessuno arriva al 37%, i primi due classificati si sfidano al ballottaggio e chi vince (con almeno il 51%, è ovvio) incassa 327 deputati. Cioè: chi ha meno voti (37% o più) ha più seggi e chi ha più voti (51% o più) ha meno seggi. Una follia. Ma non basta: prendiamo una coalizione con un partitone al 20% e cinque partitini al 4% ciascuno. Totale: 40%, con premio al primo turno. Siccome nessuno dei partitini alleati supera il 4,5%, il partito del 20% incamera il 55% dei seggi. E governa da solo, confiscando il potere legislativo, che di fatto coincide con l’esecutivo a colpi di decreti e fiducie.

2. SENATO. Con la riforma costituzionale, il “Senato delle Autonomie” sarà formato da 100 senatori non eletti: 95 saranno scelti dai consigli regionali (74 tra i consiglieri e 21 tra i sindaci) e 5 dal Quirinale (più i senatori a vita). Sindaci e consiglieri scadranno ciascuno insieme alle rispettive giunte comunali e regionali, trasformando Palazzo Madama in un albergo a ore: andirivieni continuo e maggioranze affidate al caso, anzi al caos. Di norma anche il Senato sarà appannaggio della maggioranza di governo. E comunque non potrà più controllare l’esecutivo: i senatori non voteranno più la fiducia né saranno chiamati ad approvare, emendare, bocciare le leggi. Esprimeranno solo pareri non vincolanti, salvo per le norme costituzionali. E seguiteranno a eleggere con i deputati il capo dello Stato e i membri del Csm e della Consulta di nomina parlamentare.

3. OPPOSIZIONE. Nell’unico ramo del Parlamento ancora dotato del potere legislativo, cioè la Camera, i dissensi interni ai partiti di governo potranno essere spenti con il metodo Mineo e Mauro: chi non garantisce il voto favorevole in commissione alle leggi volute dall’esecutivo sarà  espulso e sostituito da un soldatino del premier. Quanto al dissenso esterno, i partiti di opposizione saranno in parte decimati dalle soglie dell’Italicum. Per i superstiti, la riforma costituzionale disarma le minoranze istituzionalizzando la “ghigliottina” calata dalla presidente Laura Boldrini contro il M5S che tentava di impedire la conversione in legge del decreto-regalo alle banche: corsia preferenziale per i ddl e i dl del governo, che andranno subito all’ordine del giorno per essere approvati entro due mesi, con sostanziale divieto di ostruzionismo e strozzatura degli emendamenti.

4. CAPO DELLO STATO. Malgrado lo snaturamento del Senato, che finora contribuiva per 1/3 all’Assemblea dei mille grandi elettori (nel 2013 erano 319 senatori, 630 deputati e 58 delegati regionali) e in futuro sarà relegato al 10%, nessuna modifica è prevista per l’elezione del presidente della Repubblica. Quindi potrà sceglierselo il premier (anche se ha preso soltanto il 20% dei voti) dopo il terzo scrutinio, quando la maggioranza dei 2/3 scende al 51%. Forte del 55% dei deputati da lui nominati, gli basteranno 33 senatori per raggiungere la maggioranza semplice dell’Assemblea e mandare al Quirinale un suo fedelissimo. Il che trasforma il ruolo di “garanzia” del Presidente in una funzione gregaria del governo e della maggioranza: il capo del primo partito si sceglie il capo dello Stato che poi lo nomina capo del governo e firma i suoi ministri e poi le sue leggi e decreti. Inoltre, dopo il precedente “monarchico-presidenzialista” di Napolitano, a colpi di invasioni di campo, il nuovo inquilino del Quirinale potrà arrogarsi enormi poteri d’interferenza in tutti i campi, giustizia in primis.

5. CORTE COSTITUZIONALE. Se tutto cambia nella selezione di deputati e senatori, nulla cambia nell’elezione dei giudici costituzionali. Chi va al governo con l’Italicum (anche col 20% dei voti) controllerà direttamente o indirettamente ben 10 dei 15 giudici costituzionali: i 5 nominati dal Parlamento e i 5 scelti dal capo dello Stato (gli altri 5 li designano le varie magistrature). Così, occupati i poteri esecutivo e legislativo, il premier espugna anche il supremo organo di garanzia costituzionale. E sarà molto difficile che la Consulta possa ancora bocciare le leggi incostituzionali, o dare torto al potere politico nei conflitti di attribuzione con gli altri poteri dello Stato.

6. CSM E MAGISTRATI. Anche la norma del governo Renzi che anticipa la pensione dei magistrati dagli attuali 75 anni a 70 può diventare una lesione dell’indipendenza della magistratura. Il risultato infatti è la decapitazione degli uffici giudiziari, guidati perlopiù da magistrati ultrasettantenni. E i nuovi capi di procure, tribunali e Cassazione li nominerà il nuovo Csm, che sarà eletto nei prossimi giorni: per 2/3 (membri togati) dai magistrati e per 1/3 (membri laici). I laici, dopo l’accordo Renzi-B., saranno tutti (tranne forse uno indicato dai 5Stelle) di osservanza governativa. Tra questi verrà poi scelto il vicepresidente, indicato dal premier, mentre il presidente sarà Napolitano e poi il suo successore, anch’egli di stretta obbedienza renziana. Così i nuovi vertici della magistratura li sceglierà il Csm più “governativo” degli ultimi 40 anni, previo “concerto” del ministro della Giustizia Orlando. Ad aumentare l’influenza politica c’è poi il progetto ideato da Violante e ventilato da Renzi di togliere al Csm i procedimenti disciplinari di secondo grado per far giudicare i magistrati da un’Alta Corte nominata per 1/3 dal Parlamento e per 1/3 dal Quirinale, cioè a maggioranza partitica.

7. PROCURATORI E PM. Per normalizzare le procure della Repubblica non c’è neppure bisogno di una legge: basta la lettera di Napolitano al vicepresidente del Csm Vietti che ha modificato il voto del Csm sul caso Bruti Liberati-Robledo e ha imposto una lettura molto restrittiva dell’ordinamento giudiziario Mastella-Castelli del 2006-2007: il procuratore capo diventa il padre-padrone dell’azione penale e dei singoli pm, che vengono espropriati della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza “interna” (contro le interferenze e i soprusi dei capi). Secondo il Quirinale, “a differenza del giudice, le garanzie di indipendenza ‘interna’ del Pm riguardano l’Ufficio nel suo complesso e non il singolo magistrato” (e chissà mai chi può insidiare l’indipendenza “interna” di un’intera Procura). Così, nel silenzio del Csm e dell’Anm, il procuratore viene autorizzato addirittura a violare le regole organizzative da lui stesso stabilite, togliendo fascicoli scomodi gli aggiunti e ai sostituti, e avocandoli a sé senza dare spiegazioni. Per assoggettare procure e tribunali, basterà controllare un pugno di procuratori, senza più il bilanciamento del “potere diffuso” dei singoli pm.

8. IMMUNITÀ. L’articolo 68, concepito dai padri costituenti per tutelare i parlamentari di minoranza da eventuali iniziative persecutorie di giudici troppo vicini al governo su reati politici, diventa sempre più uno strumento del governo per mettere i propri uomini al riparo dalla giustizia. L’immunità parlamentare, prevista in Costituzione per le Camere elettive, viene estesa a un Senato non elettivo, composto da sindaci e consiglieri regionali che per legge ne sono sprovvisti. Basterà che un consiglio regionale li nomini senatori, e nel tragitto dalla loro città a Roma verranno coperti dallo scudo impunitario, che impedirà a magistrati di arrestarli, intercettarli e perquisirli senza l’ok di Palazzo Madama. Il voto sulle autorizzazioni a procedere rimane sia alla Camera sia al Senato a maggioranza semplice (51%). Il che consentirà alle forze di governo (anche col 20% di elettori, ma col 55% di deputati) di salvare i propri fedelissimi a Montecitorio e di nascondere a Palazzo Madama i sindaci e i consiglieri regionali delinquenti. E poi, volendo, di mandare in galera gli esponenti dell’opposizione. 

9. INFORMAZIONE. Le due leggi che l’hanno assoggettata al potere politico nel Ventennio B. – la Gasparri sulle tv e la Frattini sul conflitto d’interessi – restano più che mai in vigore. E nessuno, neppure a parole, si propone di cancellarle. Così la televisione rimane quasi tutta proprietà dei partiti. Il governo domina la Rai (rapinata di 150 milioni, indebolita dall’evasione del canone, fiaccata dai pessimi rapporti fra Renzi e il dg Gubitosi, e in preda alla consueta corsa sul carro del vincitore). E Berlusconi controlla controlla Mediaset (anch’essa talmente in crisi da riservare al governo Renzi trattamenti di superfavore). Intanto i giornali restano in mano a editori impuri: imprenditori, finanzieri, banchieri, palazzinari (per non parlare di veri o finti partiti, con milioni di fondi pubblici), perlopiù titolari di aziende assistite e/o in crisi e dunque ricattabili dal governo, anche per la continua necessità di sostegni pubblici per stati di crisi e prepensionamenti. Governativi per vocazione o per conformismo o per necessità.

10. CITTADINI. Espropriati del diritto di scegliersi i parlamentari, scippati della sovranità nazionale (delegata a misteriose e imperscrutabili autorità europee), i cittadini non ancora rassegnati a godersi lo spettacolo di una destra e di una sinistra sempre più simili e complici, che fingono di combattersi solo in campagna elettorale, possono rifugiarsi in movimenti anti-sistema ancora troppo acerbi per proporsi come alternativa di governo (come il M5S); o inabissarsi nel non-voto (che sfiora ormai il 50%). In teoria, la Costituzione prevede alcuni strumenti di democrazia diretta. Come i referendum abrogativi: che però, prevedibilmente, saranno sempre più spesso bocciati dalla Consulta normalizzata. E le leggi d’iniziativa popolare (peraltro quasi mai discusse dal Parlamento): ma i padri ricostituenti hanno pensato anche a queste, quintuplicando la soglia delle firme necessarie, da 50 a 250 mila. Casomai qualcuno s’illudesse ancora di vivere in una democrazia.

Firma la petizione del Fatto Quotidiano per salvare la democrazia, clicca qui.

Fonte: Il Fatto Quotidiano del 06/0/2014.

DEMOCRATURA 
Di Marco Travaglio

THE SYSTEM



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